Rassegna stampa

Le recensioni

Dal sito "Liberi di scrivere"

Recensione di Il bacio del brigante di Franco Limardi (Mondadori, 2013)
6 giugno 2013

I fenomeni di brigantaggio, che si diffusero nella Maremma viterbese di fine Ottocento, fanno da sfondo alle vicende narrate nel nuovo romanzo di Franco Limardi, Il bacio del brigante, edito ad aprile da Mondadori nella collana Omnibus.Forse meno noto del brigantaggio postunitario nel Mezzogiorno d’Italia, che vide le ex province del Regno delle Due Sicilie quasi al centro di vere sommosse contro il regno sabaudo, (ricordo ancora che una domanda di un mio esame universitario verteva proprio su questo argomento), il brigantaggio nelle campagne del viterbese, amministrate dallo Stato della Chiesa almeno fino al 1870, (esiste proprio un libro quasi dello stesso titolo edito nel 1994 da Scipioni editore e curato da Alfio Cavoli e Romualdo Luzi, in cui viene riproposta la ristampa di un classico del ribellismo tra Toscana e Lazio, di autore anonimo, al quale si può aggiungere Tiburzi. La leggenda della Maremma, e Lo sparviere della Maremma. Storia di Enrico Stoppa, il feroce brigante di Talamone (1834-1863) sempre di Alfio Cavoli, medesimo editore, per chi volesse approfondire l’argomento) si ricollega al tema dibattuto dagli storici sulla differenza tra banditismo come mera attività criminale comune e brigantaggio come fenomeno politico e sociale di ribellione contro un sistema fortemente disequilibrato e ingiusto, che privilegiava i latifondisti a discapito dei contadini, sfruttati e depredati, e vedeva i banditi come veri e propri eroi e difensori di una giustizia più alta contrapposta alla “legge”, strumento di oppressione dei ricchi e dei potenti. Materia per chi vi scrive estremamente interessante, tanto da dedicarci una tesi di laurea. Ma scusate della digressione e torniamo al romanzo.Il bacio del brigante è essenzialmente un romanzo storico di ampio respiro, quasi un affresco epico di un’epoca relativamente lontana che se vogliamo, come giustamente accenna Giancarlo De Cataldo, ha il sapore del grande western. Osterie caserecce, invece che saloon, carabinieri e soldati regi al posto di sceriffi con la stella d’oro, ruspanti briganti con schioppi e coltellacci dediti alla macchia, invece che ladri di cavalli e assaltatori di treni e diligenze, ma lo spirito di libertà e di velata anarchia risuonano identici per boschi e piccoli paesi. Forse mancano i grandi spazi e le praterie sconfinate dell’America dell’Ottocento, ma abbiamo la Maremma una terra dura, fatta di orizzonti brulli e colline spoglie, una terra infame, buona appena per il grano e per far campare qualche animale come dice il conte Fabio Enrico Sarzani, grande latifondista, personaggio cardine del romanzo ed immagine dell’arroganza dei potenti assieme al delegato di polizia Giovanni Scapigliati.Latifondisti e briganti dunque che si fronteggiano, ma anche una caccia serrata tra il piemontese, il maggiore Carlo Alberto Carcano del regio esercito e Michele Pastorelli, il brigante più temuto della Maremma, evaso dal luogo di detenzione, dai lavori forzati in una salina per vendicarsi di coloro che l’avevano tradito e consegnato alla giustizia: Attilio Piconi e il suo padrone il conte Sarzani appunto, con il quale un tempo c’era un patto, un’alleanza. Ma mentre il vecchio brigante è un uomo di parola, che sigla gli accordi con una stetta di mano, il nobile pur di risultare impunito, e di stare al di fuori di ogni processo, è capace di ogni bassezza, di ogni slealtà.Anche se il più grande tradimento sta forse per essere consumato da chi non ha scelta, da chi si trova a diventare strumento di un ingegnoso, quanto sleale, piano per catturare l’evaso, nel frattempo macchiatosi di nuovi ed efferati crimini che insanguinano la regione. Ma quale è la differenza tra legge e giustizia, quando sono i proprio i detentori dell’ordine i più feroci e spietati? Vale più la lealtà ad un vecchio compagno e amico, quasi un padre o l’amore per la propria famiglia, la propria moglie, i propri figli? Cosa si perde ad accettare un ricatto in cambio della certezza che i propri antichi crimini non troveranno più punizione, e una nuova speranza di vita, lontana dalla miseria e dagli stenti ci attende forse al di là dell’oceano, in America? Ma soprattutto sarà davvero in grado di tradire qualcuno che un tempo credeva nella giustizia dei poveri, qualcuno che una sua etica e una sua coscienza ancora la possiede a dispetto di tutto?Romanzo di impianto classico, di solida struttura, caratterizzato da una scrittura corposa ed evocativa dal sapore antico, fatta di flashback in cui il passato emerge quasi trasfigurato, accurate descrizioni di ambienti domestici contadini e paesaggi minuziosamente tratteggiati, abiti, mezzi di trasporto, armi, e dialoghi verosimili con modi di dire, inflessioni dialettali e forme di cortesie dell’epoca.



La  recensione di Marilù Oliva sul "Bugiardino"
dalla edizione online de "L'Unità"
 

Il libro: Per lungo tempo Michele Pastorelli è stato il brigante più temuto dell'intera Maremma: "Re della macchia" veniva chiamato e la sua pistola non conosceva rivali. Poi, vittima di un tradimento, per lui si sono aperte le porte della prigione: due estenuanti anni di isolamento, in cui il vecchio bandito ha alimentato, giorno dopo giorno, la sua sete di vendetta. Adesso che è finalmente fuori e il suo nome ricomincia a far tremare i boschi e i paesi del Viterbese, il governo decide di affidare la sua cattura al maggiore Carlo Alberto Carcano. Chi meglio di lui, abituato a missioni anche più delicate per conto del ministero della Guerra, potrebbe affrontare i nuovi fatti di sangue che stanno turbando l'opinione pubblica? La strada che l'ufficiale decide di intraprendere è singolare e non priva di ostacoli: mettersi in contatto con Luciano Fiorilli, l'ex braccio destro di Pastorelli, e riuscire ad avvicinare, tramite lui, il Re tornato in libertà. Allettato dalla speranza di un futuro migliore per sé e soprattutto per la moglie e i due figli, Fiorilli, che vive un'esistenza difficile e costellata di rimpianti, accetta la proposta, mettendo così a repentaglio la precaria tranquillità conquistata grazie alla protezione del potente conte Sarzani.

ISTRUZIONI PER L'USO

Categoria farmacologica:
Rabarbaro


Composizione ed eccipienti:
Un romanzo storico di portata epica portato avanti con una saldissima scrittura che compie la magia: ci racconta il passato, ma ce lo restituisce in tutta la sua scottante attualità. Limardi racconta uno spaccato della nostra Italia di ieri e ci lascia pure un po' di nostalgia. Un ex brigante, Fiorilli, che torna al banditismo, ma non per un motivo onorevole… poi troviamo il "Re della macchia", Pastorelli, e il suo eterno inseguitore, maggiore Carcano. E in mezzo a stenti, rivalse, povertà, contesse, violenze, vendette, riesce a sbucare - sempre puro e di fuoco - anche l'amore.

Indicazioni terapeutiche:
Ideale per i disturbi epatici, ma soprattutto per chi non ha fegato.
Consigliato a tutti, benefico per:
Traditori pentiti.
Nullatenenti o nullafacenti un po' indignati.
Banditi.
Chi è tormentato da un rimorso.
Chi accorda troppa fiducia alla gente.

Controindicazioni:
Non fare e disfare accordi, durante la lettura. Potrebbero rivelarsi mosse sbagliate.

Posologia, da leggersi preferibilmente:
Quando volete. Questo libro necessita di libertà.

Effetti indesiderati:
Vi verrà il ghiribizzo di cambiar vita

Avvertenze:
Conservare vicino a una finestra o a uno spazio aperto.

Gocce:

 "Io sono stato dieci anni nella stessa cella, sai? E da lì non vedevo mai il sole… vedevo la luce, quella sì, ma il sole… non lo vedevo mai. E a pensarci, dalla finestra della mia cella non si vedeva niente, solo un pezzo di celeste quando era estate, un pezzo di grigio o di nero, quando era inverno. Sentivo il rumore del mare venire da fuori e le voci lontane, tanto lontane che non distinguevo nemmeno le parole. Allora ho cominciato a immaginare: le cose che erano fuori, le persone, quello che succedeva… e mi aiutavano i libri. Ma tra immaginare e vedere, vedere veramente… non è la stessa cosa. Così, da quando sono uscito, ho deciso che non voglio perdermi niente delle cose belle che vedo […]" 
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 "Ti fidi veramente?" chiese  a bassa voce. Pastorelli lo guardò con aria divertita.
"Lo conosco da anni. So che di lui non c'è da fidarsi mai, ma stavolta è vero che abbiamo nemici in comune, quindi ci aiuterà. Quando proverà a fare il suo mestiere di delegato, se gli venisse in mente di fare bella figura portando le nostre teste noi non ci saremo più e tanti saluti. Ora però c'è da saldare il conto a quella gente.
I quattro uomini sparirono nella macchia, inghiottiti negli spazi tra albero e albero, quei corridoi naturali divisi tra luce e ombra capaci di nascondere qualsiasi cosa".


 

 

Benedetta Giorgi Pompilio su "il critico.com"

“Non so se potete capirmi, Eccellenza… io non sono bravo con le parole, ma provo a spiegarvi. E’ difficile per me… è difficile perché si tratta di mandare alla galera, o forse a morire, uno che mi ha fatto da padre, un tempo… e dall’altra parte, ci stanno una donna e due bambini che meritano una vita diversa, distante… distante da qui. E’ facile tradire, Eccellenza? Ve lo chiedo senza offesa, s’intende… voi fate quello che dovete, ma a me… a me tocca tradire. Non è un bel peso da portarsi appresso, capite?”.
Luciano Fiorilli condensa in poche parole l’essenza dell’intero “Il bacio del brigante”, scritto da Franco Limardi e appena pubblicato da Mondadori: le scelte difficili della vita, che troppo spesso è dura e ci pone di fronte a bivi pericolosi, per cui qualsiasi strada si imbocchi, il rischio è comunque quello di sbagliare.Fiorilli è stato un brigante, che per amore di una donna e dei loro due figli ha abbandonato la vita di un tempo, ritrovandosi, però, comunque, a fare la fame, a dover tirare la cinghia all’inverosimile. In un certo senso, dunque, ha già tradito se stesso una volta e ora il maggiore Carlo Alberto Carcano, incaricato di catturare il “Re della macchia” Michele Pastorelli, il più temuto brigante dell’intera Maremma appena fuggito di galera, lo obbliga a ritornare alla macchia proprio per aiutarlo ad avvicinare colui di cui era stato il braccio destro e aveva venerato come un padre. E’ il bacio del tradimento, quello che viene richiesto a Fiorilli, ma è anche il bacio della passione che lo lega a Giuditta, la moglie. Anche se non sono propriamente i baci i veri protagonisti del bel romanzo – storico ed epico al tempo stesso - di Limardi, quanto piuttosto i sentimenti che ci animano quotidianamente: la passione, l’amore, l’amicizia, la lealtà, ma anche la sete di vendetta, la voglia di rivalsa, l’odio assoluto e la violenza gratuita, raccontati con una prosa ricca e sempre appassionante, che descrive meravigliosamente i luoghi in cui si svolgono gli scellerati fatti.Molti sono i personaggi che ruotano attorno a questa storia di briganti, e sono tutti un po’ briganti, persino quelli che dovrebbero rappresentare la giustizia, per non parlare degli esponenti delle classi più agiate. È la lotta della vita, quella di tutti i giorni, ma anche quella dei grandi momenti, fatta di aspettative troppo spesso deluse, di atti di generosità, di stretti legami indissolubili nel tempo, così come di meschinità, di cattiveria e di vigliaccheria. Ma un barlume di speranza resta sempre, per questo povero mondo, bistrattato e sofferente.
“E chi lo sa? Poi magari ti capita che domani mattina ti svegli e il sogno è bello realizzato… dormire e basta è noioso, è come campare invece di vivere… quello che lo rende speciale, vivere intendo, è sognare… o no?”.

Benedetta Giorgi Pompilio

 

Recensioni di "I cinquanta nomi del bianco"

Sergio Palumbo da "Cultura e spettacolo" del 31/03/2009

Una figura di donna sfuggente e misteriosa, intorno alla cui scomparsa ruotano loschi interessi e ambigue passioni, è al centro di un "noir" intenso e dal ritmo incalzante, firmato da un collaudato autore del genere quale è Franco Limardi.
La vicenda, ambientata a Roma e nella sua provincia, tocca il mondo delle istituzioni e della politica coi suoi retroscena di corruzione e di degrado morale, in cui la mala pianta della delinquenza mafiosa può liberamente prosperare, distruggendo ogni vincolo affettivo e ogni desiderio di giustizia.
Originale e di grande impatto emotivo risulta il confronto-scontro tra i due protagonisti: il vecchio commissario quasi pensionato che crede ancora nella bontà della sua funzione contro il crimine, tanto da lasciarci la pelle (mentre il giovane collega rampante e colluso con la delinquenza sembra riscuotere ogni plauso) e l'ex-detenuto, che sconta un attimo di follia salvando, anch'egli a costo della sua vita, una giovane donna così simile a quella che aveva tentato di uccidere.
Lo spessore narrativo del romanzo, che nel susseguirsi frenetico dell'azione scandaglia il groviglio delle spinte emozionali che condizionalo l'agire dei personaggi, coinvolge il lettore e non gli dà respiro fino all'ultima pagina.
L'elemento suggestivo, che giustifica il titolo, è la coltre di gelo che incombe sulla città e condiziona in certo modo azioni e pensieri, non solo dato atmosferico ma soprattutto freddo dell'anima, biancore di neve che non è più purezza quando si mischia al fango che sembra infine sopraffare ogni possibilità di riscatto e di speranza.



“I 50 nomi del bianco”, l’hard boiled all’italiana
Massimiliano Di Giorgio 23/03/2009 (Reuters)

In tempi di serial killer all’italiana, di romanzi giudiziari o di noir che esplorano i sentieri meno conosciuti della storia d’Italia,“I cinquanta nomi del bianco” il nuovo libro di Franco Limardi uscito il 4 marzo scorso, sembra invece un classico hard boiled, una storia di violenza, (poco) amore e morte.
Non lasciatevi ingannare dalla presenza nella trama di infiltrazioni della Camorra in una cittadina del centro Italia di cui non si fa il nome, del comportamento criminale di alcuni dirigenti di un partito altrettanto innominato, della corruzione della polizia o dei traffici per realizzare una munifica discarica, della tratta di prostitute dall’Est europeo. Perché l’essenza della vicenda potrebbe svolgersi altrettanto bene nella California degli anni Trenta o nella Parigi del dopoguerra.
Il romanzo si apre con un omicidio commesso d’impulso e l’azione continua in una escalation di sospetti, ricatti, minacce e violenza pura che si consuma nel giro di pochi giorni - ma lungo quasi 400 pagine - in un gelido inverno.
Non c’è da scoprire chi è l’assassino, ma piuttosto chi tra i veri protagonisti - un ex detenuto che si improvvisa detective, un commissario giunto alla fine della carriera, un killer camorrista e un direttore di banca legato a un clan - arriverà vivo alla fine. E che fine farà il diario, pieno di informazioni riservate e pericolose, della giovanissima Grazia, uccisa dal suo potente amante.
Limardi, romano, insegnante di storia e letteratura italiana, riesce perfettamente a costruire l’atmosfera di crescente angoscia con un linguaggio che non è per niente “pulp”, quanto piuttosto poetico, curato con attenzione.
Il titolo del libro, che sembrerebbe oscuro, fa riferimento al fatto che nella lingua degli eschimesi esistono - scrive a un certo punto l’autore facendo parlare Sergio, il protagonista principale - 50 diversi modi per definire le sfumature di colore della neve. E sono appunto le sfumature, quelle di linguaggio nelle descrizioni ma anche tra “buoni” e “cattivi”, che fanno il romanzo.



I CINQUANTA NOMI DEL BIANCO, QUANTI NOMI PER IL NERO?
Marilia Piccone da "Stradanove" del 06/04/2009

Gli inuit hanno cinquanta parole diverse per la neve, dice un personaggio del romanzo di Franco Limardi, “I cinquanta nomi del bianco”. Eppure, molto spesso, non ci sono parole sufficienti per spiegare quello che è stato. In effetti è il silenzio dello stupore attonito, o dell’orrore, che ci sopraffa, quando terminiamo la lettura di questo libro. E sentiamo il bisogno di affrontare un’altra lettura più lieve, per allontanare da noi certe immagini che sono poi quelle della realtà quotidiana, strillata dalle pagine dei giornali. Per rimuovere dalla mente le vicende di cupidigia e di Male che Franco Limardi ha narrato- molto bene, in uno stile brusco, in una maniera che ci colpisce come una delle tante ferite mortali che vengono inflitte nel romanzo.
Ci sono tanti morti, nel libro di Limardi. Perché non c’è alcun rispetto per la vita nella maggior parte dei suoi personaggi che mirano solo al loro tornaconto. E ci sono due eroi che hanno ben poco degli eroi tradizionali, anzi, si discostano parecchio dalla figura dell’eroe tipico. Il commissario Martello e il professor Sergio Asciuti sono due eroi acciaccati, toccati dalla vita e, per piacere, -che il lettore non si affezioni a loro, altrimenti ci resterà male, alla fine. Martello è vicinissimo alla pensione, il suo sostituto è già arrivato, i suoi uomini lavorano già per lui- rimpiangendo Martello. Martello ha avuto una brutta bronchite, non tollera il fumo nelle sue vicinanze.
Martello non ha famiglia; durante l’indagine incontra una donna che risveglia i suoi sentimenti- ne soffrirà. Il professor Asciuti aveva una famiglia, la moglie lo ha lasciato quando lui è stato condannato per aver cercato di uccidere l’alunna con cui aveva una relazione. Asciuti ha scontato la pena, il lettore apprende da significativi flash-back che cosa abbia significato per lui l’esperienza della prigione.
All’inizio del romanzo c’è una scena che vale la pena di rileggere una volta che si è terminato il libro: una ragazza ha un incontro di sesso con un uomo; gli dice che è incinta; accade qualcosa nel freddo e nella neve. Asciuti viene incaricato da un uomo, che poi è quello che gli ha fatto da maestro e da protettore in prigione, di ritrovare la figlia Grazia che è scomparsa: non c’è dubbio che Grazia sia la ragazza delle prime pagine. Incominciano così due ricerche parallele: della polizia, con Martello, che cerca Grazia di cui la madre ha denunciato la scomparsa, e dell’ex professore che la ricerca per conto del padre. Il luogo è da qualche parte nel Sud dell’Italia, non precisato.
E la scena è affollata di personaggi che, quasi tutti, portano una maschera più o meno di rispettabilità. Un direttore di banca (Limardi usa sempre l’espediente del flash-back per dirci del suo passato che lo lega a Don Bilé e alla camorra), un Onorevole, un Senatore, una donna che dirige un’agenzia di modelle, il gestore di un locale a cui si accede ‘per divertirsi’ solo con la tessera, il suo braccio destro, una professoressa che aveva preso Grazia in ‘troppa’ simpatia, una bella ragazza che viene da Praga e che ‘dice’ di fare la modella…Dietro questi personaggi ci sono società fittizie, banche di copertura, appalti truccati, concessioni di discariche (naturalmente altamente nocive), prostituzione e droga.
Il ritmo del romanzo è serrato, si sta veramente con il cuore in gola perché questa gente non ha senso morale e ammazza con la facilità con cui si ucciderebbe una mosca. E ad un certo punto non è più Grazia che si cerca, ma un’agenda scritta da lei che incrimina molte persone. E il padre di Grazia- chi vuole trovare in realtà? La figlia o la sua agenda? Sergio Asciuti, con il ruolo ambiguo che gli è stato conferito, diventa la preda cacciata sia dalla polizia sia dai malavitosi.
Nelle pagine conclusive il lettore comprenderà appieno in che cosa consista il valore di Martello e di Asciuti, dove sia la differenza tra l’uomo che è stato condannato per tentato omicidio e gli assassini ben vestiti che lo inseguono, tra il poliziotto integro e quello che trova facilmente a vendersi. Perché Asciuti non ha mai neppure cercato di discolparsi o cercare delle attenuanti. Perché Martello crede nel suo ruolo sociale. E meno male che ci sono loro in questo nero ‘noir’ che, come i migliori libri del genere, non offre altra compensazione alla disperazione.

Interviste

Intervista a Luca Filippi per il suo blog "lavibrazionenera.blogspot.it" 

 

Franco Limardi, per sua stessa ammissione, ha svolto diverse professioni, dal libraio al conduttore radiofonico, fino alla professione di insegnante. Vive nella bella città di Viterbo e per un periodo ha fatto lo sceneggiatore. La sua notevole versatilità lo ha portato a spaziare dal noir "Anche una sola lacrima", Marsilio) al romanzo storico. Con "Il bacio del brigante" (Mondadori, omnibus) ci consegna un avvincente western ambientato nell’Ottocento.

Franco ha accettato di rispondere a questa intervista per gli amici de “La vibrazione nera”. 

 

Esordisci nel 2001, con il romanzo "L'età dell'acqua" (DeriveApprodi), che si classifica secondo al Premio Italo Calvino. Come hai iniziato a scrivere e come si è svolto il tuo incontro con il mondo editoriale italiano?

 

Ho iniziato a scrivere come sceneggiatore, seguendo una delle mie più grandi passioni, il cinema. 

Mi piaceva l’idea di raccontare storie, di scrivere i film che avrei visto volentieri in sala. I corsi di scrittura  creativa che ho seguito erano tutti finalizzati in quel senso, alla produzione di testi per lo schermo, mentre per la pagina scritta, per la narrativa, il mio è stato un percorso da autodidatta. negli anni Novanta, ho scritto un paio di testi teatrali, due commedie che furono messe in scena da compagnie amatoriali romane e che recentemente sono state riprese da gruppi teatrali di giovani appassionati. Più recentemente ho scritto altri due testi teatrali, due progetti nati per partecipare a due edizioni diverse del festival teatrale “Quartieri dell’Arte”. Uno era un lavoro che partiva da testi di canzoni “nere” per sviluppare dei monologhi; lo spettacolo si articolava su quattro testi scritti da Giancarlo De Cataldo, Luigi Bernardi, Gino Saladini e  me; il mio testo prendeva spunto da “Romeo is bleeding” di Tom Waits trasformando il protagonista della canzone, un chicano, in un piccolo malavitoso romano. L’altro testo, messo in scena in una edizione successiva del Festival invece era un dialogo che traeva spunto da un sonetto di Michelangelo Buonarroti.

La partecipazione al Calvino è frutto di una combinazione; avevo appena scritto il romanzo “L’età dell’acqua” e ne avevo parlato ad un amico il quale, dopo averlo letto, mi  consigliò di inviarlo al premio. La menzione speciale da parte della giuria, l’interessamento di Marcello Fois prima e di Luigi Bernardi poi che allora era il responsabile della collana “Vox noir” di “DeriveApprodi”, portò alla pubblicazione del romanzo.

 

 

Il tuo secondo romanzo "Anche una sola lacrima" (Marsilio, 2005), ha come protagonista un uomo, Lorenzo, roso da un'insanabile inquietudine che lo porterà a imbarcarsi in un'impresa folle. Il libro sembra collocarsi nell'ambito del glorioso genere "poliziottesco all'italiana": quali archetipi letterari/cinematografici hanno maggiormente influenzato la tua scrittura?

 

Ad essere sinceri non ho mai amato quel genere, il “poliziottesco” degli anni ’70 e non riesco a rivalutarlo nemmeno ora, ad eccezione di pochi titoli, come “Milano calibro nove” che peraltro

è tratto da un ottimo romanzo di Scerbanenco. Preferisco rifarmi a titoli americani degli anni ‘40

come “La fiamma del peccato” “Il falcone maltese” “Il lungo addio” o “Il grande sonno” e “Viale del tramonto” anzi quest’ultimo è espressamente citato proprio nell’idea che è all’inizio del romanzo.

Tutti importanti romanzi e tutti grandi film. A questi aggiungerei “Getaway” di Sam Peckimpah

E almeno due film di Takeshi Kitano: “Hana Bi” e “Brother”

Lorenzo Madralta è sicuramente un uomo preda di un’inquietudine profonda, uno che non riesce a trovare il senso della propria vita, ma ha una propria etica, si può dire che appartiene alla schiera dei “losers” dei perdenti, ma quelli che pur rendendosi conto della prossima e definitiva sconfitta proseguono nel loro cammino perché non hanno alternative e perché voglio rimanere fedeli a se stessi, costi quel che costi.

 

 

Il tuo terzo romanzo "I cinquanta nomi del bianco" (Marsilio, 2009) racconta una storia di intrighi e violenza che si dipanano  mentre una intensa nevicata copre di bianco la città. Come nascono le tue ambientazioni?

 

All’origine di questo romanzo c’è una vera nevicata che qualche anno fa bloccò per alcuni giorni Viterbo, la città in cui vivo da alcuni anni. L’ambiente urbano si era trasformato, si era quasi cristallizzato, con i ritmi abituali che erano divenuti rarefatti, rallentati al massimo; l’aria era cambiata, si era riempita di suoni diversi, inusuali e camminare per la città era diventato del tutto diverso da come si faceva abitualmente. Quella andatura forzatamente lenta, costringeva a prestare attenzione a particolari che altrimenti sarebbero sfuggiti: alle facce, ai gesti, ai luoghi. 

Mi era venuta in mente poi qualcosa che veniva dai testi di linguistica che avevo studiato all’università, una cosa che mi aveva particolarmente colpito già allora e cioè che le popolazioni che vivono all’estremo Nord possiedono nella loro lingua cinquanta parole circa per descrivere tutte le possibili sfumature del colore che domina il loro paesaggio, cioè il bianco.

Infine legai tra loro due cose apparentemente inconciliabili, il crimine a cui associamo abitualmente il colore nero e la neve, un simbolo per eccellenza della purezza.

In questo modo la città diventava un teatro gelido e distaccato in cui si svolge una vicenda torbida e di una violenza estrema, ma quasi coperta, soffocata dalla coltre della neve.

 

 

Il tuo ultimo romanzo "Il bacio del brigante" (Mondadori, 2013) narra le vicende di Michele Pastorelli e della sua complessa e avventurosa cattura nell'Italia dell'Ottocento. Uno scenario desueto per un romanzo storico: come mai hai scelto il tema del brigantaggio e come si è svolto il lavoro di documentazione storica?

 

Uno scenario non troppo frequentato in effetti; il romanzo storico oggi si muove prevalentemente nelle vicende dell’antica Roma, repubblicana o imperiale oppure nel medioevo, dove si colora di elementi fantastici, misteriosi; eppure l’Italia degli ultimi anni dell’Ottocento, con le sue trasformazioni, contraddizioni  forti dal punto di vista sociale, economico e culturale, credo sia un terreno fertile per trovare storie, per ambientare  intrecci interessanti.

Le vicende che racconto ne “Il bacio del brigante” sono estremamente romanzate, pur avendo alla loro base dei fatti storici realmente accaduti. I personaggi del romanzo sono ispirati a personaggi reali e qualche elemento vero spunta qui e là nella storia, per dare un sapore ancora più autentico. Quello che mi aveva colpito e interessato era stato un processo tenutosi a Viterbo nel 1893 in cui gli imputati erano addirittura 271, tutti accusati di essere “manutengoli”, cioè fiancheggiatori, del brigante Tiburzi; forse è stato il primo maxi processo della Storia d’Italia, eppure del brigantaggio nella Maremma si è sempre parlato poco. La natura del fenomeno è sicuramente molto diversa da quella del brigantaggio meridionale,che fu più esteso e più “politico”, tanto da configurare la sua repressione come una vera e propria guerra civile; però il brigantaggio sviluppatosi tra la Toscana e l’alto Lazio ha avuto caratteristiche interessanti, in un territorio particolare dal punto di vista naturalistico ed altrettanto particolare come panorama sociale e le piccole bande che percorrevano la Maremma e la Tuscia, spesso creavano dei sistemi criminali, con contatti col mondo politico e con i potentati economici che in parte ricordano i metodi della moderna criminalità organizzata.

Il lavoro di documentazione è avvenuto con lo studio del notevole materiale a disposizione della Biblioteca comunale degli Ardenti di Viterbo, dove ho potuto anche accedere anche a copie anastatiche dei giornali di fine ‘800, grazie alla cortesia del personale della biblioteca. Poi ho visitato il Museo del brigantaggio che si trova a Cellere, paese natale del brigante Tiburzi e, infine, con lunghi trekking nella Riserva naturale di Monte Rufeno presso Acquapendente e la Riserva naturale Selva del Lamone nei pressi di Farnese, su quei percorsi che poi formano il cosiddetto “Cammino del brigante”.

 

"Il bacio del brigante" è anche una storia sull'onore, sul tradimento e sull'amicizia. Un intreccio di personaggi tra loro molto diversi: a quale ti sei maggiormente affezionato e per quale motivo?

 

Credo di poter ripartire il mio “affetto” tra molti dei personaggi del romanzo. Ci sono Luciano Fiorilli e il maggiore Carcano che sono due personalità forti, con storie personali diverse, entrambi con caratteri marcati ma ognuno con i propri dubbi, le proprie incertezze e i propri fantasmi. A loro aggiungerei Vincenzo Capotosti, che è un personaggio importante, sia per il ruolo che gioca nella vicenda, sia per il processo di maturazione e di cambiamento che produce nell’amico Luciano; Vincenzo impersona la speranza, la fiducia in un futuro diverso e un certo candore che ne fa un personaggio divertente e poetico. Poi ci sono le due signore del romanzo: Giuditta, la moglie di Luciano e la contessa Eleonora Berlioz Sarzani.  Sono donne profondamente diverse tra loro per condizione sociale e per il loro vissuto, ma entrambe hanno caratteri decisi, determinati che devono confrontarsi continuamente con un mondo maschile che spesso è pervaso di durezza, di cinismo e violenza. 

 

Ci racconti cosa "bolle in pentola"?

 

La pentola è grande e contiene molte cose; sono sempre un po’ restio a parlare dei progetti su cui sto lavorando, perché da una parte sono scaramantico e temo che qualcosa possa “bruciarmi” le idee, dall’altra non mi piace parlare di qualcosa, fino a quando non si è concretizzata veramente, perché non mi piace sembrare uno che millanti lavori che poi rimangono solo a livello di idee.

Comunque farò un piccolo strappo alle mie abitudini: mi piacerebbe seguire le vicende di alcuni dei personaggi de “Il bacio del brigante” anche dopo la conclusione della storia raccontata nel libro e sto già lavorando alla documentazione, c’è poi un altro progetto, questo ambientato in epoca contemporanea, che ha le caratteristiche della spy story; sono diversi progetti, parecchi,spero che mi basti il tempo per realizzarli tutti!