PANAMA

 

 

 

Troppe sigarette anche ieri sera; sento una patina sui denti e il risveglio è più schifoso del solito.

Tre ore di sonno, non di più e poi il caldo, questo caldo maledetto che già mi avvolge.

 E’ colpa sua se non dormo, mi sembra di avere addosso un tizio gigantesco che mi alita sulla pelle senza fermarsi un attimo. Meglio alzarsi, tanto ormai chi dorme più. Mi guardo allo specchio e non è un bel vedere; ho un aspetto che fa schifo e sudo persino a lavarmi. Solo la schiuma da barba mi dà un po’ di sollievo, un istante di frescura. Non mi va di vestirmi, sono fastidiosi i vestiti; la notte sto nudo ma muoio di caldo lo stesso.

 Solo quelli di qui stanno tranquilli in questo appiccicume eterno, sembra che tutto li lasci indifferenti, mi danno ai nervi. Mi rimetto il completo di lino color canapa e queste scarpe chiare che riescono ad attirare tutta la sporcizia del mondo.  Ho smesso di pulirle il secondo giorno, così come ho smesso di stendere il vestito ogni volta che lo toglievo; ora è spiegazzato e macchiato ma non m’interessa più. Infilo la fondina alla cintura e penso a quanto mi darà fastidio questo cuoio contro la schiena, ma non mi fido a lasciare la pistola qui in camera e poi non si sa mai…via, usciamo.

 Scendo le scale e mi accorgo che da una settimana faccio gli stessi identici passi: qui il piede destro, lì il sinistro; se non ci fossero tante orme e tanta sporcizia per terra potrei seguire la mia pista senza variare di un millimetro. Una settimana, una settimana fermi in questo paese inutile, una settimana a Ojoblanco in attesa del contatto, roba da pazzi.

Ne l’atrio non c’è nessuno, solo la luce del sole. E’ una luce strana…sembra…sembra che ronzi. Lo so, mi dico che la luce non può fare rumore, ma mi sembra lo stesso che ronzi. Do un’occhiata al patio: Joaquim è stravaccato sul dondolo, la faccia larga sembra che stia scivolando indietro, sulla nuca appoggiata allo schienale; ha gli occhi chiusi, forse sta dormendo a giudicare da l’abbandono di tutto il corpo. Ha una camicia che è uno spettacolo, tutta una fantasia di pappagalli e noci di cocco e da quel accozzaglia di colori spuntano il collo tozzo e quelle braccia legnose color terracotta. E’ di queste parti Joaquim e può conciarsi da yanqui quanto gli pare, che il posto lercio dove è nato ce l’ha stampato addosso con l’inchiostro indelebile. Ha i capelli neri e ondulati che scendono dallo schienale del dondolo verso terra;  ci tiene parecchio ai suoi capelli Joaquim, tanto che se li lava ogni giorno e dovunque ci siamo fermati gli ho visto comprare due o tre shampoo diversi. Chissà dove la tiene la pistola lui, sotto la camicia probabilmente; penso a l’acciaio nichelato del suo grosso revolver a contatto con una carne rammollita dal caldo e dal sudore, ma Joaquim è diverso, Joaquim è fatto di cuoio.

C.C. invece, tiene la pistola sotto l’ascella, coperta diligentemente dalla giacca avana. Ineffabile C.C., inglese tutto d’un pezzo, guerriero a pagamento che osserva uno stile tutto suo, a metà tra il funzionario ministeriale e l’ufficiale a riposo. Non l’ho mai visto senza calzini e foulard, neanche qui in questa aria brodosa;  è talmente attento allo stile, che riesce a controllare perfino il sudore, in un’unica goccia che scende lentamente lungo la sua guancia in un rivolo sottile.

 Di Checkpoint Charlie so poco, solo che questo soprannome se l’è preso a Berlino, quando faceva passare a pagamento da Est a Ovest;  poi gli hanno buttato giù il Muro e lui è rimasto disoccupato, ma per poco. E’ venuto in America e ha trovato subito posto, anche se in un ramo che non è proprio il suo. L’ho visto a l’opera, efficiente e preciso, freddo come il ghiaccio quando c’è da spaccare qualche gomito o sparare in testa a qualcuno; è lui il capo in questa faccenda, ha avuto disposizioni precise e ci si attiene con scrupolo assoluto.  Guardo il suo profilo tagliente: il volto chiaro e quasi glabro, le orecchie, le mani bianche e curate, le gambe accavallate con eleganza. Sul tavolo davanti a lui c’è un drink, a questa ora del mattino dovrei stupirmi ma C.C. è un bevitore incallito, di quelli che hanno il metodo e la pazienza e che quando s’ubriacano non te ne accorgi nemmeno. Ha un’aria distaccata Charlie, sembra un improbabile proprietario terriero che scruti le sue immense tenute dalla veranda di una villa principesca; i suoi occhi sfilano da destra a sinistra, come guardiani attenti che ogni cosa o persona sia al proprio posto. Ma qui niente è al proprio posto, né cose né persone e tutto è immerso in una confusione calda, impiastricciata di fango, lucida di umidità incessante, opaca di povertà incancrenita. Anche le strade asfaltate riescono ad essere fangose, limacciose e le piogge che cadono ogni pomeriggio non lavano via quella sporcizia, ma sembrano piuttosto radunarla, accompagnarla con diligenza a coprire case e persone, case ed oggetti.

Sulla strada camminano bambini straccioni, infilati in abiti da adulti riadattati; come tutti i bambini giocano, ma non ridono, non gridano, sono seri e silenziosi, come se quel gioco fosse già un lavoro senza speranza. Li guardo con indifferenza, ho imparato a far andare oltre lo sguardo, e faccio fatica a distinguerli, sembrano avere tutti la stessa faccia, la faccia di Joaquim, larga e dura di cuoio.

Carlito si affaccia alla porta dell’albergo; anche lui è un bambino di qui ma lavora per Maldotti, il padrone dell’hotel e ha imparato a sorridere ai clienti, specie se sono stranieri, anche quando non ne ha voglia. Gli faccio ciao con la mano, lui mi risponde con un cenno della testa e poi schizza dentro; ricomparirà tra poco con un cesto di frutta, la mia colazione.

Passa con lentezza la macchina della polizia; la Toyota sembra che scivoli con eleganza sul fango, dentro ci sono due dei sei poliziotti che fanno servizio qui a Ojoblanco. Rallentano ancora quando sono davanti al patio, ci fanno un cenno con la mano; C.C. alza un poco il bicchiere in segno di risposta, poi li seguiamo con lo sguardo fino a quando l’auto non scompare dietro l’angolo di Calle Bolivar.

“Sempre gentili gli amici eh?” L’ho buttata lì senza starci a pensare tanto. C.C. si volta appena, non l’ho sorpreso, si era accorto della mia presenza ma forse non si aspettava quel tentativo di conversazione.

“Finché riterranno sufficienti i soldi che gli abbiamo dato ci saranno amici, poi si vedrà.”

“Se solo questa gente si sbrigasse a farsi viva…sono stanco di questo posto inutile.”

C.C. prende fiato, ogni tanto lo fa durante una conversazione ed è sempre prima di dire qualcosa di fondamentale, d’importante.

“Dipendesse da me saremmo già andati via, ma gli ordini di Mister Puig sono chiari. Rimaniamo ancora tre giorni, perciò non ci resta che aspettare e badare a ciò che diciamo e facciamo.” Questa è per me, ognuno al suo posto, è chiaro.

C’è confusione nella strada; moto vecchie e scassate filano per la via con i motori che urlano fuori giri cronici. Da una casa a l’altra donne si urlano qualcosa che non so se insulti o parole d’affetto. Un cagnaccio smagrito abbaia ad un gruppetto di bambini che si aggruma e si disperde intorno ad una palla multicolore di stracci. Joaquim continua a dormire.

“Bel tipo questo. Pensa se ci fosse del casino…sarebbe capace di continuare a dormire.”

C.C. lo guarda appena, “Non credo, Joaquim è un gatto e dorme con un occhio solo. Certo è pigro ma questo è perfettamente normale.” “Che intendi per normale?” “Beh, è latino no? La siesta e tutte le vostre scuse per non muovervi…” “Charlie, lui è un indio. Io sono un latino…e anche Mister Puig lo è.” C.C. non si scompone neanche un po’: “Ah già…non è latino…beh è lo stesso. Comunque niente di personale, s’intende. Mister Puig è il principale poi, ma voi latini non mi piacete.”

Lo guardo e mi viene voglia di fargli saltare la testa, solo che forse riuscirebbe ad essere più svelto di me e non mi ricordo nemmeno se ho il colpo in canna, ma anche ammesso che ci riuscissi, dovrei ammazzare anche Joaquim  e poi cercare di spiegare tutto a Puig…troppo difficile.

Sopporto il sorrisetto maligno di C.C. e mi accorgo che qualcuno mi fissa; è un ragazzino sui dodici anni, uguale a tutti gli altri, ma ha il viso ancora più duro e se ne sta lì con le braccia conserte, accovacciato su un gradino a due metri da me.

“Que quieres…dinero?” Lo guardo male, cattivo, ma non lo spavento. Tira su un braccino perso in una manica enorme e indicandolo mi fa “I want your hat.” E che diavolo se ne fa del mio cappello? Questo stupido panama bianco che mi fa sembrare proprio un gringo da operetta. Potrei regalarglielo, ma mi ha trovato nel momento sbagliato. Gli tiro sulle gambe nude l’acqua della caraffa che trovo a portata di mano, poi mi alzo e rientro in albergo.

Incrocio Carlito e per poco non lo travolgo; aspetta di vedere dove vado, poi mi segue col vassoio della frutta tra le braccia. Quando finalmente mi siedo al bancone del bar me lo porge con un sorriso largo. Lo guardo accigliato, ma quel sorriso a tutta faccia gli deve essere costato troppo esercizio perché lo abbandoni così facilmente; lo vedo che è fasullo, è una smorfia priva di simpatia, ma perché dovrebbe aver simpatia per me? Gli tolgo il vassoio dalle mani, poi mi faccio uscire qualche spicciolo dalle tasche; il sorriso non cambia, non può cambiare e Carlito si allontana nella sua camiciola bianca stropicciata.

Mentre mangio do l’ennesima occhiata alle vecchie foto appese al muro dietro il bancone. Sono panorami di chissà dove, spiagge di sabbia bianca e palme; potrebbero essere foto di Santa Marta, Cartagena oppure di Tahiti poco importa, sono posti comunque lontani e dopo una settimana a Ojoblanco ho la convinzione che posti così non ne vedrò mai, mai più.

Una chitarra, un bandoneon; ormai riconosco un tango alle prime note e ne ho sentiti dal nostro arrivo, sempre accompagnati dalla voce pesante e sgraziata di Maldotti, il padrone di qui.

 Arriva cantando Juan Maria Maldotti, nipote di emigrati con passaporto argentino e una passione assoluta per il tango. Si piazza dietro il bancone, proprio di fronte a me e mentre finisce la strofa lo osservo con attenzione. E’ piccolo e grasso, ma tutto di stomaco, tanto che la schiena sui lombi è arcuata in avanti, come se stesse per spezzarsi; ha il volto rotondo, ornato da baffi e basette folte, un tentativo, forse, di compensare una spietata calvizie. Juan tiene i capelli delle tempie e della nuca lunghi fino alle spalle e ogni tanto li raccoglie con la mano, credo gli dia la sensazione di averne di più. Ha occhi piccoli, come spilli e mobili come le mani che sottolineano i passaggi più appassionanti delle strofe che canta. Non mi piace Maldotti, è falso e anche stupido, ma è un fuori sede come me ed è l’unico con cui poter scambiare qualche parola.

“Buongiorno Jorge, stai bene?” “ Mi chiamo Giorgio, è una settimana che te lo ripeto e non sto bene. Fa caldo, non dormo e questo posto fa schifo, tutto…compreso il tuo albergo.”

Niente, non c’è niente che gli tolga dalla faccia quel sorriso merdaiolo, nemmeno le offese.

“ Ti piace? Questo è “El Contrerriano” è un classico.” “ Possibile che tu senta solo ‘sta roba? E’ un tormento.” “Ah Jorge non tieni poesia in tua alma. Sembri uno yanqui da come parli e invece l’Italia è così…sentimentale.” “ Si vede che sono riuscito male come italiano o che non mi piace esserlo.” “Male! Non si deve dimenticare quello che si è.” “ Ah si? E tu cosa sei?” “Yo? Yo soi il padrone di questo hotel…niente altro”.

Ricomincia a cantare mentre se ne torna in cucina. Già, non ci si deve mai dimenticare cosa siamo; e io cosa sono? C’è un collegamento, un legame di sangue, di mente, di linfa tra questa caricatura di bandito e ciò che ero prima? Ritardatario, la prima cosa che mi viene in mente è che sono un ritardatario, uno di quelli che si decide a fare qualcosa quando gli altri hanno già finito da un pezzo, uno che stira poche bracciate contratte mentre osserva con occhio invidioso gli altri che hanno raggiunto la riva, e intanto dice a se stesso “Io non ho mai voluto nuotare con loro.”

 Sento pietose vocine suggerirmi tante belle definizioni, ma sono ridicole quanto chiamare equilibrista uno che sale su una scala per cambiare una lampadina. Guardo Joaquim entrare, deve essersi svegliato da poco, si stiracchia e sbadiglia a tutta bocca. Mi fa un cenno, gli rispondo, siede vicino a me a mangiare frutta. Ecco, Joaquim per esempio ha fatto una vita coerente, da quello che so; è nato a Barranquilla e la miseria lo ha plasmato, lo ha indurito, non gli ha lasciato scelta tra diventare bandito o crepare di fame e lui ha scelto, s’è trovato un padrone, Mister Puig e ha ottenuto ciò che voleva niente di più, niente di meno. Ha ragione a guardarmi con compassione, io non sono come lui, sono fasullo in ogni mio gesto; non so nemmeno come ho fatto a entrare nella banda di Puig, per lui ho solo spacciato, fino a un mese fa, quando mi ha ordinato di portare uno che non pagava in fondo ad un vicolo e sparagli. Gli ho tirato addosso a caso, senza la freddezza che serve e l’ho preso nello stomaco. C.C. o Joaquim se la sarebbero presa comoda, gli avrebbero sparato in testa un colpo solo, pulito; io, invece, sono rimasto lì a fissarlo nella sua agonia, con dentro la paura che se ce l’avesse fatta Puig avrebbe ammazzato me; e lo guardavo, senza il coraggio di tirargli ancora; gli stavo accosciato di fronte, la faccia bianca di paura e nausea, il cervello bianco di pensieri.

 Che ci stiamo a fare qui? Dobbiamo vendere una partita di M.16 e qualche altra roba del genere a gente di qua, per questo c’è C.C., per i contatti con i locali c’è Joaquim ed io…io sono qui senza un motivo particolare, così come sono sempre stato ovunque, casualmente.

I tanghi di Maldotti continuano senza interruzione, io fisso l’angolo del salone che dà alla scale. Lì le imposte sono sempre chiuse e la luce del giorno entra con fatica tra gli schermi di legno scoloriti e scheggiati; sono una lunga serie di lunghe linee di luce che si distende sul pavimento fino ai primi scalini, linee regolari e sottili come in un disegno che rimarranno là fino a tardi, sempre che non piova, poi si assottiglieranno sempre più velocemente, fino a scomparire. Si ripresenteranno domani, sempre uguali a se stesse. Io, invece, sto qui a consumare un altro giorno, nella consapevolezza di un vuoto.

La vita che ho vissuto in un tempo che ormai è lontanissimo, mi sembrava priva di senso, immobile.

 Una normalità vissuta a denti stretti, chiedendosi ogni giorno se fosse quella la vita.

Via, andare di corsa m’ero detto, col piede sempre spinto giù, e mandare a puttane i principi che una volta erano stati miei; questa la risposta da dare, ma neanche questo è vero se ora sto qui a fissare senza animo strisce di luce implacabilmente uguali.

Bisogna dare un taglio a questo andazzo; mi giro a cercare Joaquim ma è uscito sulla veranda, è andato a sedersi di nuovo sul dondolo e oscilla lentamente, fissa la strada tenendo un bicchiere tra le mani, a pochi metri dal suo compagno C.C. che lo disprezza, ma non lo dà a vedere, mentre fuma lentamente una lunga sigaretta inglese.

 Rimango in piedi nel vano della porta, le mani nelle tasche, lo stupido panama bianco tirato indietro sulla testa. Potrei andare a farmi un giro del paese, tanto la mia presenza è superflua…ma il paese è piccolo, in mezzora sarei di nuovo qui e poi mi è presa come quando stavo a casa; vorrei seppellirmi in un posto, vorrei scavarmi una buca profonda, con passi circolari, mentre mi godo in anticipo il rimpianto che avrò per la luce del sole. Ho deciso, stavolta la mia buca sarà l’Hotel Superior di Ojoblanco e il sole di cui avere rimpianto sta qui fuori, basta affacciarsi per piangerci su.

“Tutto tranquillo?” ho parlato più che altro per non dimenticare come si fa e Joaquim mi guarda con un pizzico di stupore e un po’ di compassione. “Tutto tranquillo. Niente soldati…solo i poliziotti.” Non sa cosa dirmi di più; lui se ne sta seduto in questa palude di inazione con naturale distacco, sembra un monaco zen tra le braccia del flusso della vita, non si chiede perché, è così e basta.

Mi sento osservato e mi giro verso C.C.; i suoi occhi grigi mi fissano con lo stesso stupore di Joaquim, ma in fondo a quello sguardo posso assaggiare il veleno dell’ironia, così distolgo gli occhi e torno a fissarli sulla strada che in un’ora, o in un secolo, non è cambiata di un granello di polvere.

“Di che ti preoccupi, che ci facciano una sorpresa?” C.C. ha parlato con cortesia, ma so che non è una domanda la sua, è un richiamo alla mia funzione di tirapiedi; perché dovrei preoccuparmi se c’è lui che pensa per tutti, lui che decide, lui che conclude l’affare e Joaquim che tratta con i locali, Joaquim che conosce il paese, Joaquim che sparerà se necessario? Forse avrei dovuto ammazzarlo e fregarmene di tutto, ma sono un delinquente anomalo, ho ancora paura delle conseguenze di quello che faccio.

Un gruppo di ragazzini si accalca sul marciapiede da l’altro lato della strada. Uno di loro ha un galletto spennacchiato e tutti si affannano a provocarlo per vederlo tirare beccate;  in mezzo a loro c’è il bambino di prima; è immobile nei suoi stracci, le braccia a piombo lungo i fianchi, lo sguardo fisso su di me o sul mio panama bianco.

“Quel bastardo è ancora là” M’è scappata tra i denti, ma C.C. ha buone orecchie. “Con chi ce l’hai?” “Con quel ragazzino laggiù, vedi? Voleva il mio cappello stamattina.” “E tu daglielo no?” “Non ci penso nemmeno e poi mi fissa in un modo…sembra che cerchi di ammazzarmi con gli occhi.” “Le occhiate non hanno mai ammazzato nessuno, vero Joaquim?” “Già si vede che aspetta che ti stufi di vederlo e gli regali il cappello. Ma qual è, non lo distinguo.” “Quello vicino al segnale stradale, l’unico che non gioca.” “Mah…io non lo vedo e tu C.C.?” “No, nemmeno io. Ma sei sicuro Giorgio?”

Mi stanno prendendo in giro ‘sti bastardi, hanno trovato il modo di passare il tempo ma io il gioco glielo rovino subito e me ne torno dentro.

“Se ci fosse bisogno di te dove ti troviamo?”  No, non rispondo nemmeno e Joaquim il rozzo si lascia scappare una risata grassa. Torno in camera e dalla finestra, attraverso gli scuri, sbircio la strada. Quel maledetto ragazzino è ancora lì e ora guarda verso la mia finestra o forse è solo suggestione.

Ho fatto un sonno breve ma profondo; appena sdraiato sono crollato, vestito e con la sigaretta accesa, ma il mozzicone è caduto innocuo sul pavimento, lasciando solo una macchia marrone di nicotina. Gli abiti sono solo un po’ più sgualciti e io ho cacciato ancora un po’ di sudore in questo paese inutile. Chissà perché mi sei venuta in mente. Qui non c’è niente che possa farmi pensare a te, eppure sei qui, ne l’angolo scuro, a l’altro estremo della stanza. Come su uno schermo ti vedo parlare  e muoverti, con quei tuoi piccoli scatti della voce, dello sguardo, come facevi allora, come probabilmente stai facendo anche adesso. Sei stata il taglio più profondo, quello che ho sentito come il più necessario. Per liberarsi da una vita bisogna rinunciare a tutto di quella esistenza, soprattutto a ciò che ha di positivo. Bel pensiero eh?! Partorire massime d’accatto è sempre stata la mia specialità, ma questa almeno te l’ho risparmiata; ti ho riservato solo un addio freddo, una cattiveria compiaciuta. Ora ti vedo, te l’ho detto, in quel angolo ridere e camminare, parlare e osservare con quella tua deliziosa aria assorta;  ti vedo insieme a tutti quelli che ho lasciato.

 Mi penserete ogni tanto?  Credo di no, solo l’egoismo può illudersi di diventare ricordo e rimpianto, solo una sciocca presunzione la mia necessità e mi basta fare due passi fino allo specchio per vederla in faccia questa necessità. Scompari pian piano ne l’angolo buio e con te tutti gli altri. Siete l’altra vita no?! Allora via, mi avete dimenticato, ma l’importante è convincersi che a dimenticare sia stato io per primo.

Appena apro la porta mi assale l’ennesimo tango. Sale su per le scale a precipizio e si ferma sul ballatoio; penso a Maldotti con l’orecchio attaccato alla sua enorme radio stereo e al piacere e al dolore che quella musica gli regalano. In un crescendo matematico Juan Maria inizia ad ascoltare i suoi tanghi sommessamente per poi alzare il volume un po’ per volta durante la giornata, fino ad arrivare a sera, quando il suono è assordante e le lacrime scorrono sul viso floscio di Maldotti in uno straziante quadro di nostalgia d’esule. Chissà se è vero che il buffo Juan Maria è scappato da l’Argentina dopo la fine della dittatura e che è fuggito perché era un torturatore; voglio chiederglielo, tanto per metterlo in imbarazzo e ripagarlo così dei suoi tanghi.

 E’incredibile veder piangere questo buffo ometto grasso; esibisce le lacrime senza pudore, anzi con orgoglio. Si stropiccia gli occhi con un fazzoletto immacolato mentre si appoggia la bancone in preda ad uno scoramento senza tregua. Oggi piange prima del solito, l’inattività deve essere stimolante da questo punto di vista. Ne l’atrio deserto Carlito passa indifferente portando cassette di bibite; deve essere abituato agli sfoghi del suo padrone o, più semplicemente, se ne frega.

Mi siedo davanti a Juan Maria e lui, senza parlare, mi passa una bottiglia di Cola fresca; mentre la verso il tango dipana le sue ultime battute, si esaurisce in un lamento di bandoneon. Maldotti spegne il registratore e tira un sospirone rauco; deve aver voglia di parlare e io non voglio fargliela penare questa chiacchierata. “Nostalgia del paesello Juan?” “ Ah Jorge, se ho nostalgia…comunque io stavo a Buenos Aires, mica in campagna…il tango è nostro, mica roba da campagnoli!”

 “Già…da quanto tempo manchi da l’Argentina?” “Troppo tempo amico mio, tanto che ogni volta che ascolto questo tango mi viene da piangere. Si intitola “Pronto regreso” sai?” “Perché non chiudi bottega e torni giù?” “Sono vittima di calunnie e malvagità caro Jorge, non posso tornare dove c’è chi mi odia.” “E come mai tanto odio romantico gaucho?” “ Te l’ho detto…calunnie e menzogne!” “Sul tipo che qualche anno fa torturavi la gente?”

Tombola…ho colpito Juan Maria a bruciapelo e lui accusa il colpo. I tratti del suo viso s’induriscono; ora riesco a vederlo il maresciallo d’aviazione Juan Maria Maldotti piazzare elettrodi addosso alla gente o soffocarla con buste di plastica; posso immaginare quelle piccole dita grassocce stringere tubi di piombo sibilanti contro schiene nude e posso perfino vederlo, con i calzoni abbassati ghignare soddisfatto addosso a qualche ragazzina.

 Ma Juan Maria il mite albergatore è già tornato; le sue sopracciglia hanno ripreso quella curva a l’ingiù da cagnone affettuoso; eppure proprio adesso è più pericoloso, perché ora che è così si può rimanere tranquillamente seduti a bere con lui, invece di sfuggirlo schifati.

“Calunnie mio caro” dice con voce lenta e bassa ”Calunnie vigliacche contro chi ama la sua patria e non ha fatto che difenderla, non solo a parole. Tu puoi capirmi, le chiacchiere volano via, le azioni distinguono gli uomini dai fantocci…”

Lo fisso in quegli occhi acquosi e anonimi e una goccia di gelo mi corre lungo la spina dorsale.

“No Juan, io non posso capirti e non ti capirò mai.” “Che delusione sei Jorge. Ma va bene così, mi sei simpatico lo stesso. Lontano come sei da casa, sei profugo come il povero Maldotti e poi... non hai nemmeno tanghi da ascoltare...a proposito, senti se questo ti piace.”

Il suo indice tozzo schiaccia il pulsante “play” sul registratore; lo fa con aria compiaciuta e per un istante penso che in realtà stia azionando l’interruttore che farà passare corrente elettrica nel mio sgabello. Invece si liberano le note del tango, la solita voce straziata e straziante che Juan Maria segue con l’espressione sognante.

Mi giro verso l’entrata e rivedo quel ragazzino; accoccolato sullo scalino che dà sulla veranda, tiene le ginocchia tra le braccia conserte e mi fissa, anche dopo che mi sono accorto di lui.

“Juan, conosci quel ragazzino?” “Nino, que nino?”. Imbecille, è perso dietro al suo tango. Mi sposto e vado a sedermi ad un tavolo lontano dalla porta, ne l’angolo più nascosto della hall. Se il ragazzino vuole continuare a vedermi dovrà mettersi sulla porta e allora Maldotti lo caccerà a pedate, perché l’hotel Superior non tollera straccioni. Non si affaccia, ma mi sembra di sentire il suo sguardo che trafora la parete; sono sicuro che mi sta spiando anche adesso.

Appare Carlito, tiene per mano una vecchia, li segue una ragazza. Chissà da dove sbucano, ma sono attese evidentemente; Juan spegne il suo maledetto registratore e con deferenza gira intorno al bancone per incontrare la vecchia. Fa addirittura un inchino, poi le indica un tavolo a cui la donna si siede, mentre la ragazza rimane in piedi alle sue spalle. Carlito scappa fuori e dopo un minuto ritorna con una donna del paese che si va a sedere davanti alla vecchia. Iniziano a parlare fitto, la paesana, la vecchia e infine la ragazza. Carlito è rimasto sulla porta, si è piantato a gambe larghe sulla soglia e fa il gesto di entrare a qualcuno; arriva un omino che va al bancone da Juan; credo aspetti di parlare con la vecchia e intanto Maldotti gli rifila una delle sue schifose Cole calde.

Si affacciano perfino C.C. e Joaquim, mi guardano ma non posso che stringermi nelle spalle, non so cosa stia succedendo. Guardo fuori attraverso le fessure delle persiane, ci saranno almeno trenta persone in fila davanti a l’hotel e in mezzo a loro, seduto sulle scale, c’è un ragazzino serio e magro. Non mi va di pensare a lui, sono troppo incuriosito dalla vecchia e soprattutto dalla ragazza che è con lei. Ha un bel corpo, si vede anche se ha addosso un vestitino da quattro soldi e mi piacciono i suoi capelli neri e lucidi, quel volto superbo e i suoi occhi che hanno un taglio particolare, diverso da quello della gente di qui, sono più grandi e fieri; lancia occhiate di gelo, mi attira per questo. La gente si avvicina alla vecchia, le bacia la mano rugosa e poi parla e parla, ma soprattutto ascolta ciò che dicono la vecchia e la ragazza; a qualcuno viene dato un sacchetto di tela o piccoli oggetti che non riesco a distinguere, alla fine si allontanano dopo un altro baciamano. Vado da Juan Maria, sono troppo curioso.

“Ehi Juan, chi sono?” Maldotti fa un’aria compita, a suo modo seria “Sono Luna e sua figlia. Luna è un brujo molto potente.” “Come un brujo? Vuoi dire che è una maga…” “No, no. E’ proprio un brujo, uno stregone.” “Ma sei scemo? Quella è una donna:” “Sì, ora sì, ma vedi Luna è molto vecchia, forse duecento anni e quando è nata era uomo e come uomo è cresciuto ed è diventato uno stregone potentissimo. Però non si chiamava Luna, aveva un nome da maschio è chiaro…”

Rimango a guardarlo a bocca aperta; questo bastardo ha l’aria di credere alle fandonie che sta dicendo

“Beh insomma, Luna un giorno ha deciso di diventare donna e mentre operava il prodigio, mentre era ancora maschio e già femmina, ha voluto concepire un figlio ed è nata quella ragazza che vedi. Bella eh?”

Voglio dargli ancora spago “Cosa vengono a fare qui?” “La gente viene da Luna per avere medicine e sapere come sarà domani la loro vita. Lo vuoi sapere anche tu? Luna è molto brava, ha indovinato tante cose anche di me:”

 Maldotti deve essere pazzo, non c’è altra spiegazione. Come può credere a ciò che sta dicendo? Non è un indio di qui, è uno che viene da una grande città, piena di macchine e insegne al neon. Forse mi sta prendendo in giro. Si, deve essere così.

“Non mi coglionare Maldotti, potrei arrabbiarmi:” “Che possa morire qui se ti sto raccontando delle balle!”

Colpo ad effetto tutto latino, direbbe C.C.; sorrido di quel giuramento e Juan Maria insiste

“Dai forza, ti porto da lei così ti convinci.” Mi prende per un braccio e mi trascina dalla vecchia. L’omino di prima se ne sta andando e Maldotti mi pianta seduto al suo posto, poi dice qualcosa alla ragazza e fa per allontanarsi.

“Dove vai? Non parlo bene lo spagnolo…” “Non importa, chiedi a Luna quello che vuoi.”

 Ma cosa posso chiedere a questa vecchia incartapecorita? Maldotti dice che ha duecento anni, potrebbe averne molti di più; il viso è un reticolato di rughe profonde attraversato dalla lunga linea del naso. Gli occhi sono due bottoni neri, c’è solo l’iride in quegli occhi, come quelli di quei lucertoloni che trovo ogni tanto in camera e la bocca non c’è, compare solo quando la vecchia separa la linea orizzontale che le attraversa il viso per parlare. E’ quasi un bisbiglio, ma i suoni mi arrivano lo stesso chiari; è una lingua dolce, si muove morbida ne l’aria e rimane in sottofondo mentre la ragazza inizia a parlarmi in spagnolo. Credo mi stia traducendo le parole della vecchia ma non la capisco e tutto diventa un solo suono, bello ma che dà tristezza. Anche la ragazza è bella, tanto bella; di quelle con cui non potrei andare a letto tanto per farlo, perché è una di quelle di cui ti innamori, anche se lei non ti vede nemmeno. E’ una di quelle che alla manciata di dollari che ho in tasca sputerebbe sopra e poi se ne andrebbe a ballare col più straccione del posto, bello come lei e nemico degli yanqui di qualunque provenienza.

“Lasciamo stare care signore, non vi capisco. Scusate, scusate tanto.” Faccio per alzarmi ma la vecchia mi prende un braccio; ha unghie lunghe e dure come artigli d’animale. Guardo lei e guardo la ragazza, è ancora più bella e altera, mi fa sentire a disagio.

“Rimani Giorgio, devo dirti qualcosa” La vecchia ha parlato in italiano e mi si è ghiacciato il sangue.

“Figlio mio, non dovrei dirti nulla perché io so cose tristi, ma sono in obbligo, tu sei venuto da me.”  Sento un formicolio alle tempie e nella nuca, devo avere la febbre. Sì, deve essere così.

“Giorgio, qui a Ojoblanco ha termine la tua vita e non puoi farci niente. Nemmeno io posso perché la magia ha bisogno di tempo e non ne abbiamo più ormai. Tu cerca di capire che così accade perché ora sei qui, non c’è altro motivo, né la tua malvagità, né la tua bontà.”

Che dice, che dice questa vecchia maledetta…è uno scherzo di quel argentino bastardo. ‘Sta strega mi piglia in giro e la mia paura fa ridere lei e quel maledetto. È così ma non riusciranno a fregarmi. Me la strappo di dosso e corro da Juan. Mi sporgo sul bancone e lo afferro per il collo. Gli ho messo la canna della pistola sotto il mento, se tiro il grilletto vedrò la sua testa pelata attaccarsi al soffitto.

“Chi credete di prendere per il culo eh? Figlio di puttana lo sai che ti ammazzo?!”

Maldotti è bianco e suda come una fontana. Adesso sparo, ammazzo lui, la vecchia, C.C. e tutto ‘sto maledetto paese.

“Per l’amor di Dio Jorge, non è uno scherzo! Nessuno vuole imbrogliarti…” “Che pensi stronzo? Dimmi… pensi di aver trovato il coglione per divertirti?”

Sto esagerando, lo so, l’ho già capito. Anche se si sono presi gioco di me hanno avuto ragione. Guarda come ho reagito, come se credessi veramente alla vecchia, come uno di quei gangster ispani e superstiziosi di Miami, quei gangster superstiziosi già…ma io non sono uno di loro. Più semplicemente non sono.

 Lo lascio e metto via la pistola .

Mi guardano tutti in silenzio. C.C. e Joaquim sono sulla porta; chissà che avrebbero fatto se avessi sparato.  Adesso probabilmente sarei morto anche io, m’avrebbero ammazzato per aver mandato a l’aria l’operazione, per la mia incapacità o la mia pazzia. Starei sdraiato sul pavimento a fissare il soffitto, sopra una pozza di sangue, in mezzo al vociare della gente, ne l’odore disgustoso che ha la morte.

 Al diavolo!

E’ incredibile quanto duri un tramonto da queste parti. La luce ha passato tutta la gamma dei rossi spandendoli sul soffitto. Quello che c’è ora mi sembra si chiami “rosso Magenta”, ma non ne sono sicuro. Adesso verrà il buio, ma non subito, c’è ancora una mezzora di luce incerta; è l’ora di pausa, c’è meno gente in strada, meno chiasso, sembra che finisca un turno di vita e che ne stia per iniziare un altro.

Scendo al bar, voglio bere qualcosa. Nella hall non c’è più nessuno; né la vecchia con sua figlia, né la gente in attesa. Solo due lampade a muro mi fanno compagnia con la loro luce e il registratore con il solito tango, ma la musica viene dalle cucine. Juan Maria deve essere lì; forse è infuriato ma non lo darà a vedere quando mi incontrerà, e il più imbarazzato sarò io.

Carlito è alla finestra, guarda fuori, poi mi vede; non sa se salutarmi e mi fa solo un cenno. Gli rispondo a fatica, mi sento come se avessi fatto la guerra col mondo, uno sforzo immane, inutile.

Rigiro il panama tra le mani, credo che butterò questo ridicolo cappello e credo che forse me ne andrò, si me ne andrò da l’America alla fine di questa storia.

Ancora la veranda e ancora C.C. e Joaquim; sempre lì, sempre fissi sulla strada, come stamattina, come domani.

Raggiungo il centro della veranda, mi vedono, non dicono nulla e cosa dovrebbero dirmi poi.

Sono le nove, a questa ora passa sempre la pattuglia della polizia; eccola là, ci si potrebbe rimettere l’orologio…si avvicinano lenti, ci saluteranno, li saluteremo.

La macchina della polizia scarta improvvisamente a destra, in una strada laterale e subito sulla via di fronte a l’hotel sbucano tre camion verde oliva.

Quelli che saltano giù li riconosco subito dalle divise. Sono i soldati leopardo, gli antidroga dell’esercito. Non dicono nulla, si mettono subito a sparare. Joaquim fa un salto a l’indietro trascinandosi appresso il dondolo; ora la sua camicia ha un colore in più, il rosso.

C.C. prende la mira; calma fottuta mentre spara su quei latini, come li chiamerebbe lui. Ne tira giù un paio, poi però vedo il suo tavolino alzarsi da terra, il suo drink scoppiare in grossi frantumi lucenti di vetro, la sua testa girarsi violentemente a l’indietro, la sua giacca elegante strapparsi in più punti, mentre compie una strana piroetta e cade a braccia aperte, come una danzatrice classica.

 Io vedo il mirino davanti agli occhi e tiro il grilletto due o tre volte, a caso.  Poi il mio cervello mi grida di scappare da lì.

Quanti buchi sulla facciata dell’hotel. Povero Carlito che stava alla finestra; un colpo lo ha preso alla gola, proprio adesso che aveva imparato come si sorride agli yanqui.

Scappo verso il retro ma sono lento, troppo lento e senza fiato e quel poco che ho me lo tolgono quelle due botte che ho sentito nella schiena. Sono fortissime, mi buttano a terra, con la faccia in questa sporcizia di strada.

Che gran stanchezza. Credo che stavolta riuscirò a dormire; dormirò qui, col viso in questo fango fresco.

Accidenti… il mio vestito…fa niente, non importa più. Se solo questo tipo la smettesse di gridare e di tenermi il piede sulla schiena. Quanto rumore, quanti scarponi che corrono nel fango…e questi piedi nudi di chi sono? Ti posso vedere sai?! Anche con un occhio solo, ti riconosco. Mi guardi senza emozioni, poi raccogli il mio panama bianco, lo guardi…si è solo macchiato un po’ sulle falde ma va bene lo stesso e te lo cacci in testa. Saresti buffo se sulla tua faccia non ci fosse quella espressione…è dura, come la pietra, come il cuoio bollito. Ti gridano di andartene, devono frugarmi e ora il tuo premio l’hai avuto e dai fastidio in mezzo ai piedi. Così te ne vai, ma più giù ti volti, ancora una volta mentre io ti vedo, un punto bianco sempre più piccolo nel buio che avanza.

NIGHT TRAIN”

 

 

 

 

I lampioni, tondi e concavi, versano sul piazzale una luce giallastra e uniforme.

Se ne stanno lì, arrampicati in cima a grigi pali che partono robusti da terra, per poi assottigliarsi man mano che salgono verso la sommità. Sembra quasi che quelle lampade siano sospese nel nulla, che quei piatti se ne stiano lassù da soli, con le loro forze, una specie di dischi volanti che incombono sulla stazione, pronti a fulminare con i loro raggi mortali i viaggiatori ignari che escano allo scoperto, fuori dagli edifici squadrati di marmo.

Troppo stretto quel piazzale, costruito anni fa quando le macchine erano poche, quando erano piccole e strette, macchine che accompagnavano qui, al treno, quelli che tentavano l’avventura in città, che lasciavano il campo per un impiego al ministero. Adesso le macchine sono grandi, larghe, occupano troppo posto e il piazzale è diventato piccolo, sembra un cortiletto sempre ingombro.

Ci sarebbe un altro piazzale, nuovo, oltre i binari, legato alla stazione da un budello che corre appena sottoterra, muri di marmo e scritte di writers fuori zona a lordarli, linoleum a terra e lampade bianche a disegnare coni di luce, ma non è lì che passerà Hanja per raggiungere il treno, non da lì.

 Elio rimane nascosto nella pozza di buio disegnata dalla chioma del platano che scherma la luce del lampione; la sua mano destra ha un movimento continuo all’interno della tasca del giaccone, le sue dita scorrono sulla superficie d’acciaio, seguono il profilo del ponticello del grilletto, i suoi polpastrelli sentono i minuscoli rilievi, le microscopiche valli della zigrinatura che disegna l’impugnatura della pistola. E’ una 92 Brigadier, sta lì nella sua tasca a lasciarsi accarezzare, sta lì nella sua tasca, in attesa di Hanja.

“Il legno non dovrebbe essere freddo. Il legno lo sente il calore, lo conserva. Non è mica come il metallo, che basta lasciarlo un attimo perché ritorni gelato, perché si dimentichi del tuo calore.”

 Vincenzo si sistema sul sedile della sala d’aspetto; se ne sta compatto, stretto in se stesso, a trattenere qualcosa che sembra voler scappare via in quella stanza fredda, foderata di pannelli di marmo di un colore desolante.

“E’ la febbre. Si deve essere alzata se sento perfino i brividi, e non c’ho neanche un’aspirina…”

 I suoi occhi si alzano fino al grosso orologio circolare, essenziale, dal quadrante bianco su cui spiccano le cifre nere.

“Ancora un’oretta, tanto per gradire, proprio per andarsene nel cuore della notte, col silenzio, senza nessuno che ti veda. Night train…se fosse un blues sarebbe un titolo perfetto, ma uno di quei blues trascinati, strappati, da chitarra dobro.

 Ma in un blues così non c’è posto per uno che si chiama Vincenzo e neanche per una stazione come questa, per un posto come Orte.”

“Puttana, puttana…troia maledetta che m’hai strappato l’anima, che m’hai preso in giro, da coglione m’hai trattato…che coglione!”

Brutti pensieri confusi girano nella testa di Elio, che gli fanno stringere i denti fino a fargli male, che gli incordano i muscoli dietro il collo facendogli bruciare la nuca, la testa, il cervello.

“Puttana no…che non s’è portata via un soldo…”

E gli sale su per la gola un fiotto di tenerezza, perché se la rivede davanti quando era arrivata, quando era entrata per la prima volta a casa di sua madre persa di testa e bisognosa di badante; se la ricorda ancora con la sua valigetta, quella giacchetta stinfia annodata in vita e il suo sorriso timido, tanto simile all’espressione di una bestiola diffidente, che a Elio s’era sciolto qualcosa dentro,

a lui, maresciallo scaltrito da anni di lavoro di tenenza e frequenza con balordi di tutti i tipi, di tutte le razze.

Pure le chiacchiere si ricorda Elio, tutte le chiacchiere, tutti i consigli che gli avevano dato gli amici, i parenti, i colleghi, quando aveva detto che si sarebbe sposato la badante di sua madre, tutti quei

“Sta attento che quelle mirano ai soldi, alla cittadinanza…che te sembra che so’ più brave delle nostre, ma invece so’ più sveglie, che qua c’arrivano con la fame che se portano appresso dal paese loro e de torna’ a pati’ la fame proprio non c’hanno voglia.”

Tutta quella roba gli ritorna in mente, insieme alle facce, alle ghignatine sornione, agli sguardi severi, che la gente aveva indossato fuori dal Comune il giorno del matrimonio. Pure il tenente l’aveva fissato con l’aria preoccupata, mentre gli stringeva la mano in mezzo al riso che pioveva beffardo.

“Tanti auguri maresciallo, di cuore. Ma se permette una riflessione da amico…forse è stato precipitoso con questo matrimonio…e con la pensione.”

Elio aveva fissato l’ufficiale con lo sguardo sereno; anzi, gli era passato per la mente che ci fosse un po’ d’invidia nelle parole del tenente: invidia per aver lasciato il servizio, invidia per Hanja, giovane e bella.

“Meglio tornare a Milano…che qui ce moro…”

Lo sguardo di Vincenzo si perde tra i segni infinitesimali che segnano il pavimento della sala.

“Ma farò bene a tornare? Bruno m’ha detto che è tutto sistemato, tutto tranquillo. E poi i soldi a Liborio glieli ho restituiti tutti. Me dispiace che s’è l’è presa con quel disgraziato de Mircea, che  ce l’aveva in consegna lui.

 Mannaggia a me  e a quando m’è venuto in mente de portarglieli via,

che io ‘ste cose non le so fa’…io solo a suona’ so’ bono e quello dovevo continua’.”

Lo sguardo gli si alza ancora verso l’impassibile orologio, con quelle lancette lunghe e sottili che gli indicano lo scorrere dei minuti con una lentezza esasperante. Le strade di Milano gli scorrono davanti agli occhi, quelle strade strane e concentriche, che sembra non ti vogliano far andare dove vuoi, ma che invece ti riportino sempre al punto di partenza, al centro, per inghiottirti e non farti uscire più, come un topo in un budello scuro e senza scampo.

Anche la stazione ricorda, enorme e alta, che per andarsene, per scappare via, per prendere il treno che lo avrebbe portato via con i soldi presi a Mircea, povero cristo di galoppino macedone che si era fidato a lasciargli i quattrini di Liborio, per prendere quel accidente di intercity, aveva dovuto salire quelle scale infinite e fitte di gradini, quasi che i treni camminassero in cielo, invece che avanzare sulla terra lungo le loro strade di ferro. L’occhio gli corre fuori, a quel pezzetto di stazione che s’inquadra nella porta che dà sui binari; qui i treni stanno per terra, qui i treni passano, si fermano qualche minuto, poi  se ne ripartono su quelle strisce di ferro, e poi se ne vanno chissà dove.

“Forse avrei dovuto capirlo che le ronzava intorno qualcuno, avrei dovuto capirlo subito…subito! E’ che quando glielo chiedevo, lei me guardava con l’aria dispiaciuta, l’aria delusa. Pure i pianti s’è fatta qualche volta e io ce so’ cascato, e poi lì a consolarla a chiederle scusa se avevo pensato male. Ma il giorno dopo eravamo daccapo…che lo vedevo come la guardavano per strada, delle smorfie che se facevano l’uno con l’altro e dei sorrisi…dei sorrisi che faceva lei a quelli dei negozi. Perché con quei sorrisi c’ero cascato anche io, anch’io a pensa’ che fosse diversa dalle altre donne che ho incontrato, che forse alla fine…prima della fine, me fosse toccata finalmente quella giusta.”

Un brivido corre lungo la schiena di Elio che è ancora lì, in quella macchia di buio, in quella pozza di oscurità, tra le macchine parcheggiate. A un certo punto gli sembra addirittura di cadere dentro quel buio, ha la tentazione anzi, di lasciarsi andare all’indietro, chiudendo gli occhi, abbandonandosi ad un tuffo che lo porti lontano da tutto, da quel piazzale, dalla pistola nella sua tasca, dalla gelosia,

dall’ amore, da Hanja.

Ma c’è qualcosa che lo ritira su dal buio, un gancio doloroso che gli tormenta il petto e un suono gorgogliante e maligno, una risata grassa che raggiunge le sue orecchie. Apre gli occhi Elio, e il piazzale gli appare velato e distorto, mentre quella risata continua a risuonare. Le mani, le dita, vanno a cacciare le lacrime dagli occhi, asciugando il piazzale da quella pioggia irreale ed ecco apparire nell’angolo più lontano quattro tizi che parlano a voce alta, anche se non si capisce di cosa, ma che ridono, ridono di gusto, piegandosi in due, vomitando le loro risate sull’asfalto spandendole tutto intorno in quello spazio vuoto quasi volessero riempirlo.

“Ridono di te…”

C’è quella voce, quella voce sicura e perentoria che risuona nella testa di Elio;

la stessa che gli si era presentata un giorno facendogli notare un sorriso di Hanja e il suo vestire colorato, troppo colorato. A quella voce non ci aveva fatto caso lì per lì, poi l’aveva sentita sempre più spesso e sempre così sicura, così certa di cosa stesse dicendo.

“Non mi hanno visto. Io sto qui al buio. Non mi hanno visto…”

Disse tra sé Elio, fissando quei tizi appoggiati alle macchine dall’altro lato del piazzale.

“Forse proprio perché non ti hanno visto ridono di te, del maresciallo che s’è rincoglionito appresso alla moldava, del vecchietto che ha visto la carne fresca e c’è cascato. Lui potrebbe essere uno di quelli…” Replicò maligna la voce nella sua testa.

“Lui”, quello con cui Hanja parlava al cellulare, la comunicazione interrotta ogni volta che Elio entrava nella stanza; lui sicuramente giovane, più giovane e  senza un soldo magari, anzi, sicuramente un balordo capace di convincerla persino a fregare i soldi al maresciallo, tanto per riderci su due volte, per avergli portato via la donna e i quattrini. Uno di quelli laggiù, oppure no, oppure è già in stazione ad aspettarla per partire insieme, perché prima che Hanja se ne andasse, prima che gli dicesse con quella sua aria dispiaciuta che non ce la faceva più, con le borse nelle mani sulla porta di casa, prima di quel momento, Elio aveva visto quel biglietto di treno spuntare dalla sua borsetta, affacciarsi appena e poi scomparire, insieme a lei.

“Forse la sta già aspettando dentro, forse sono già tutti e due dentro…”

Bisbigliò fragorosamente la voce nella testa di Elio, e gli si spezzò il respiro, mentre qualcosa lo stringeva al petto; e le gambe, molli e incerte, si muovevano a fatica, articolando incerti passi che lo facevano sbattere da una fiancata all’altra delle auto parcheggiate. I grandi rettangoli illuminati delle finestrature della stazione gli apparvero lontani, più lontani, come luci beffarde che volessero partire anche loro lasciandolo lì, smarrito in quel parcheggio.

“Glielo dovevo dire subito a Liborio che i soldi me servivano per un’operazione. Me li avrebbe dati lui i soldi, sicuro che me li avrebbe dati. M’ha sempre detto che gli piace come suono e che gli sto simpatico e il posto al locale non me lo toglie nessuno…che coglione! Subito glielo dovevo di’ a Liborio, invece de portarglieli via, che anche che se sta a ripuli’, pure che va sempre in giro in giacca e cravatta, che se dà un tono, quando serve è cattivo, lo sa quel poraccio de Mircea…”

Vincenzo si stringe su quel sedile di legno caldo, ma sente il gelo circondarlo, avvolgerlo e lo sente anche dentro di sé, salire verso la testa che gli si è fatta pesante, che meriterebbe solo un cuscino fresco e accogliente e non il poggiatesta di un sedile di treno per le prossime sette ore. Un pensiero improvviso attraversa la mente di Vincenzo e la sua mano corre al cellulare e rapide le dita, cercano un numero.

“Bruno…so’ Vincenzo. Te sento poco Bruno…ma dove sei? Al locale eh? Senti…io sono alla stazione, io tra poco parto, torno su…posso torna’ vero?

Siamo sicuri che Liborio ha detto che posso torna’? Non te sento Bruno…ah, va beh…ma i soldi so’ arrivati vero? E’ vero che so’ arrivati? Certo, certo…che Liborio altrimenti…me dispiace Bruno…devi dirgli che mi dispiace a Liborio, per tutto, pure per Mircea che non c’entrava niente… e dai che pure se era straniero… dove sono? Alla stazione, qui a Orte, tra poco passa il treno.

Eh si che so’ tornato a casa, pensa quanto sono semplice, che un altro coi soldi se ne sarebbe andato chissà dove, io invece…ma pure Liborio lo sa che non volevo fregarlo…è che devo fa’ un’operazione Bruno, un’operazione che non lo so…forse è una cosa brutta, ma brutta sai?

 Come dici? Si, si che lo so che Liborio è bravo, che glielo dovevo di’…ce stavo a pensa’ proprio adesso…si tra poco il treno, venti minuti e…come?

Si certo, appena arrivo a Milano…va beh Bruno, tanto ci vediamo domani e…grazie Bruno, grazie.”

Il cellulare si chiude con uno scatto morbido. Vincenzo appoggia la testa all’indietro; la parete ghiaccia gli dona un po’ di sollievo, fino a quando un pensiero gli attraversa la mente come una punta maligna.

“Perché ha voluto sape’ Dov’ero? E l’orario del treno?”

Comincia a correre il sangue, come impazzito, mentre il cuore picchia a mille dentro il petto. Vincenzo si vede davanti la faccia quadrata e mal rasata di Bruno, se la vede con quel sorriso che manco il ringhio di un cane fa così paura.

 Allora il suo sguardo corre verso la vetrata, quella che dà sul piazzale, mentre si alza in piedi, ma la luce dei lampioni non riesce ad illuminare quel buio, ad aprirlo.

Un istante dopo i suoi occhi vanno alla porta sui binari, ma s’è fatta piccola quella porta, mostra solo una immagine stretta: un pezzo di marciapiede grigio e sporco, il brulichio della massicciata da cui emerge il riflesso metallico di un binario, un pezzo di colonna squadrata che sorregge una pensilina invisibile; oltre la colonna di nuovo il buio che circonda la stazione, il buio della notte che è là, ad assediare la sala d’aspetto.

La donna compare improvvisamente nel rettangolo della porta. Infagottata di vestiti, due grosse borse sportive ad ingombrale le mani, i capelli biondi raccolti e quel viso a cui il freddo della notte regala dei colori infantili.

Si guardano la donna e Vincenzo: lei piantata sulla porta con uno sguardo smarrito, lui con l’espressione strabuzzata che gli ha dato il cuore, tanto fuori giri da  strozzare il fiato in gola. La donna fissa quel uomo in piedi, che sembra agitato, che ha gli occhi spalancati, quasi avesse visto apparire un fantasma.

“Scusi. Sa orario di treno pe’ Milano?”

Fa fatica a risponderle Vincenzo; nella sua testa c’è altro, ci sono un sacco di altre cose, tutte brutte, eppure sente la propria voce rispondere, come fosse quella di un altro, come fosse una voce da un altro pianeta.

“Tra dieci minuti, passa tra dieci minuti…”

La donna lo fissa ancora, poi guarda l’orologio, quindi il display del cellulare e una smorfia tesa le attraversa il volto. Torna a guardare quel tizio fermo immobile nella sala; gli occhi di Hanja scendono fino a incontrare la sua valigia.

 “Viaggia anche lui…ladro co’ valigia?” Pensa, poi il trillo del cellulare la distrae e sul volto si affaccia un sorriso, quando guarda il display.

“ Sono riuscita a arrivare adesso. Dieci minuti…meno. Si, ti aspetto.”

Hanja spegne il telefono e torna a guardare quel uomo. Ha dovuto fare un giro largo la donna per arrivare in stazione; non voleva incontrare Elio, che la sta sicuramente cercando, e quella corsa per le strade vicine allo scalo, con quelle due borse tra le mani, quelle borse in cui ha cercato di mettere tutto, tutto quello che potrebbe servire, quello che servirà nella prossima vita, l’ha stremata e la sete sembra quasi un dolore.

“Posso chiedere favore, si? Devo comprare acqua…posso lasciare qui valige?

Lei mi guarda valige pe’ favore?”

Vincenzo fa appena un cenno con la testa e rimane piantato lì, incapace di fare un passo, un gesto. Hanja lo guarda diffidente, ma la sete è troppo forte, le sue borse troppo misere per attirare il desiderio di chiunque, anche di quel tipo strano.

“Le parlerò. Le parlerò e la farò tornare. Glielo prometto, glielo giuro che non le chiederò più niente non la controllerò più. Ma non se ne deve andare, non se ne deve andare…”

E’ riuscito a traversare il piazzale Elio, quel microscopico oceano di macchine e asfalto, è riuscito a traversarlo fino alla spiaggia dell’ingresso alla stazione e in quella traversata s’è aggrappato all’immagine di Hanja, s’è lasciato sommergere dalla disperazione e così ha dimenticato la sua rabbia, ha dimenticato l’acciaio che gli sforma la tasca, fino a quando il suo sguardo non entra nella luce bianca e fredda che riempie la sala d’aspetto. Si blocca Elio, a pochi passi dal vetro dell’ingresso, mentre nella testa gli risuona trionfante quella voce

“Eccolo! Eccolo, è lui…e lì c’è lei. Hai bisogno di altro?”

Li vede, uno fermo in mezzo alla sala, l’altra sulla porta, distanti e divisi, ma solo dalla forza del desiderio, pensa, da quella febbre che s’insinua nella carne, che la blocca, mentre se solo riuscissero a vincerla quella forza, sarebbero avvinghiati e fusi in un abbraccio sfrontato e incurante di tutto, del mondo, di lui che li sta guardando dietro a un paravento di cristallo. Dice qualcosa lei, gli dice qualcosa e lui fa solo un cenno con la testa, senza muoversi di un passo, perché sicuramente ha il fiato mozzo, dal desiderio, dall’emozione, dalla consapevolezza che tra poco se la porterà via e l’avrà solo per sé, che tra poco la porterà lontano da quel posto, lontano da quel povero, ridicolo, pensionato. La sente quella mano Elio, quella mano impietosa che gli ha afferrato il centro del petto e glielo torce, implacabile, quasi volesse accartocciarlo come un vecchio foglio usato e buttarlo là in mezzo ai binari a farsi portare via dal vento.

Lei è uscita, va di corsa verso il bar; lui è ancora lì, fermo nella sala. L’ha seguita con quegli occhi ansiosi. Elio s’è mosso piano, un passo dopo l’altro a traversare quel universo che lo separa dalla sala d’aspetto; ma i passi diventano veloci, mentre l’acciaio nella tasca gli batte sul fianco, lo chiama e gli sembra perfino di sentirlo bisbigliare “Sono qui, sono qui…”, fino a che le sue dita non abbracciano disperate l’impugnatura e quella voce sussurra “Eccomi…sono qui…”

 

L’uomo si staglia improvvisamente nel vano della porta: ha l’aria affannata, tanto che s’è appoggiato al battente accostato al muro. Vincenzo lo guarda, guarda quei capelli quasi bianchi, quel volto stanco e non rasato e quella figura tozza sembra scossa da una fretta, da un’ansia innaturale.

Fa un passo indietro Vincenzo “Non può esse’…non può esse’.” 

Si ripete, ma l’ha imparato su a Milano che chiunque può essere il cattivo, anche uno così, con i capelli bianchi e un cappotto da supermercato.

“Non ce li ho più i soldi…glieli ho ridati i soldi…glieli ho ridati…”

Dice Vincenzo con la voce che sale di tono, come in una spirale di fiato strozzato.

“Per uno così…per uno così se n’è andata…” Pensa Elio, mentre lacrime di rabbia e di dolore gli ingolfano gli occhi e gli distorcono l’immagine di quel pagliaccio che adesso cerca di scamparla, cerca di chiamarsi fuori, ma ormai è tardi, troppo tardi.

“I soldi…” Fa in tempo a dire Vincenzo prima che lo schiocco sordo degli spari gli copra la voce.

E’ un dolore bruciante e immediato quello che Vincenzo sente allo zigomo; quasi contemporaneamente, una macchia densa e rossa si disegna sul muro alle sue spalle, mentre il secondo colpo attraversa con un rumore secco uno dei vetri che dà sul piazzale, prima d’infilarsi nel parabrezza di una macchina parcheggiata, facendo scattare l’allarme che comincia un suono stridulo, che percorre la piazza e zittisce, nell’angolo più lontano, le risate di quel gruppo di amici.

Lo sguardo di Vincenzo si è fissato in uno stupore attonito. Lentamente, scende in un movimento verticale, le braccia abbandonate lungo i fianchi, fino a cadere sulle ginocchia; un rivolo sottile di sangue gli scivola sulla guancia, fino al mento, da dove comincia a gocciare a terra. La macchia densa non riesce ad aggrapparsi al marmo della parete: si muove scomposta verso il basso, lasciando dietro di sé un’ombra rossastra.

Elio è rimasto col braccio teso, avvolto nel fumo leggero e pungente degli spari; poi inizia a sentir nascere una sfinitezza che gli svuota il corpo e il cervello, e intanto lo fissa, inginocchiato sul pavimento, con quella macchia che s’allarga davanti a lui, goccia dopo goccia. Incontra ancora i suoi occhi Elio, ma quelli sono vuoti ormai e un attimo dopo Elio vede “lui” afflosciarsi in avanti, cadere a terra mostrandogli senza ritegno quello che resta della sua nuca.

L’urlo della donna attraversa la stazione prima che si porti le mani alla bocca, al volto a nascondere quella vista. Elio s’è girato verso l’ingresso e fissa la donna senza un’espressione precisa.

La sente biascicare i suoi “Madonnabenedettadiosignoremio…”

 soffocati dalle mani che le coprono la bocca e gli viene in mente di dirle.

 “Zitta…per cortesia stia zitta…non riesco…non riesco a sentire…”

Mentre cerca dentro la testa la voce, quella voce sicura, quella che gli aveva detto cosa fare, per bene, così per bene.

S’è fermata sulla porta del bar Hanja, schiacciata e premuta dai baristi, dai curiosi che s’affacciano, s’accalcano, ma che non osano un passo oltre la soglia.

E’ rimasta lì con la bottiglia in mano, che le gela la pelle, la carne; vede la donna ferma sulla porta e poi riconosce Elio, vede i poliziotti puntare le pistole su di lui, intuisce il corpo di quel uomo sul pavimento della sala e una figura maschile, una figura familiare, ferma sul marciapiede che guarda in direzione del bar, nella sua direzione.  Sale il gelo lungo il suo braccio, mentre una folata d’aria la investe, spinta dal treno che sta per fermarsi in stazione.

 

 

 

BREVE DIALOGO

 

Immagina una tarda mattinata in piena estate…

Cos’è, una barzelletta ?

Zitto e ascolta. Dicevo, immagina una mattinata di piena estate; il sole è quasi a picco e giù, sotto i suoi raggi, cammina un uomo. Cammina lungo i binari di una ferrovia; i piedi si muovono con fatica sulla massicciata fatta di spigolose pietre scure. I binari sono lucidi e rimandano lampi di luce e calore, tutto il calore di quel sole pieno e potente.

Sul fianco destro della massicciata c’è una specie di argine, un orlo di terra rossastra con in cima un’erba rada e asciutta, punticchiata di giallo per il troppo caldo. A sinistra si apre alla vista dell’uomo una valle enorme, disseminata di campi coltivati, vigne, campi di grano, frutteti e giù, in fondo a l’orizzonte si vede una città; si distingue appena la massa scura delle case, su tutto svetta un campanile o forse una torre. L’immagine è velata dal riverbero e ondeggia negli occhi semichiusi dell’uomo.

E’ uno come tanti, né giovane né vecchio; ha la camicia madida di sudore che gli disegna una grossa T sulla schiena. I pantaloni di colore chiaro sono inzaccherati di polvere e sudore e gli eleganti mocassini rendono ogni suo passo una tortura. Passa la giacca stropicciata da una mano a l’altra, non sopporta il contatto con il tessuto caldo. Continua a fissare la città in lontananza, mentre il sudore salato gli scende abbondante lungo il viso.

Si ferma un istante; tre salici gli offrono un’ombra risibile ma pur sempre un rifugio a quel sole tremendo. Guarda avanti a sé l’uomo e scorge poco più avanti una costruzione bassa, rettangolare che si affaccia da l’argine arso sopra i binari. Finalmente una stazione, pensa e riprende a camminare di lena, per quanto può. E’ stanco, vorrebbe liberarsi di tutto, dei vestiti perfino della pelle se potesse ma la stazione si avvicina e con essa la possibilità di riposarsi.

Eccola infine; piccola come tutte le stazioni intermedie delle linee secondarie ma pulita e nuova. C’è una pensilina a dare ombra alla banchina, un’ombra ampia che emana frescura, così intensa che l’uomo riesce a percepirla anche a distanza. Sotto la pensilina c’è un uomo, veste la divisa da ferroviere. La giacca si tende su un ventre rotondo e il berretto rosso da capostazione sovrasta una testa ugualmente rotonda e un viso rubizzo, su cui guizzano due occhietti azzurri e ridenti, a stento trattenuti da un paio di occhialetti tondi d’acciaio. L’uomo si guarda attorno, vorrebbe salire ma non c’è accesso, almeno visibile e così s’avvicina al capostazione che lo guarda con espressione benevola.

“Buongiorno” dice l’uomo. “Buongiorno a lei “ risponde l’altro. “Mi scusi, da dove si sale alla stazione?” “Da nessuna parte. Perché dovrebbe salire in stazione?”.

L’uomo fissa stupito il capostazione. Forse il caldo gli ha dato alla testa, ma ha un aspetto fresco e riposato, inappuntabile.

“Vorrei…dovrei salire per prendere il treno”. “Il treno?! Quale treno scusi ?” “Beh, quello che porta a quella città.”.

Il capostazione guarda nella direzione indicata da l’uomo, stringendo gli occhi per focalizzare l’immagine. ”Oh ma lì non ci va nessun treno.” Il tono era seccato, quasi infastidito.

“Allora mi dica a che ora passa un treno che mi porti nella città più vicina…” “Ragazzo mio lei non sa nemmeno dove vuole arrivare. Non voleva andare lì ?” “Ma se non c’è un treno…” “No, non c’è treno.”.

L’uomo cominciò a sentire crescere dentro di sé la rabbia. Il capostazione voleva sicuramente prendersi gioco di lui ma a l’uomo non andava per niente di scherzare.

“Senta mi dica a che ora passa il primo treno, prenderò quello, ovunque vada!” “Giovanotto sì calmi…qui non passa nessun treno e c’è poco da urlare. Se vuole divertirsi alle spalle di chi compie il proprio dovere ha sbagliato indirizzo!”

Il volto del capostazione si era aggrumato in una smorfia di sdegno, mentre decine di sottili venuzze e invisibili capillari gli arrossavano le guance.

L’uomo provò una stanchezza infinita, tutta quella che aveva accumulato in ore ed ore di cammino. Pensò di essere stato forse troppo brusco, che l’altro lo avesse frainteso, così ripeté la sua richiesta con umiltà e un filo di disperazione nella voce.

“La prego, mi dica a che ora passa il primo treno. Non m’importa dove sia diretto, basta che mi porti lontano da qui.”

Il capostazione fece dapprima una faccia sbalordita, poi montò su tutte le furie e cominciò ad urlare.

“Cos’è? Vuol farmi diventare pazzo? Qui non passa nessun treno, punto e basta!”

L’uomo, disperato, abbandonò ogni cautela.

“lei è già impazzito! Se qui non passa nessun treno lei, la stazione, questi stramaledetti binari cosa ci state a fare?” “Come? Cosa? Non è a lei che si deve rendere conto del nostro operato signor mio! Non sta a lei discutere sulla opportunità o meno della nostra presenza!”

I due si fissavano come cani rabbiosi, uno sopra e l’altro sotto dalla pensilina, quando comparve a fianco del capostazione un brigadiere dei gendarmi; alto e segaligno, pallido tanto quanto l’altro era piccolo, tondo e rubizzo.

Il brigadiere squadrò ben bene l’uomo che alla sua vista si era zittito, poi chiese al capostazione “Che succede? Cos’è ‘sto baccano?”. L’uomo rispose per primo, sperando di trovare nel gendarme qualcuno che costringesse il capostazione a dargli l’informazione che voleva.

“E’ il capostazione…non vuole darmi gli orari dei treni.”

Il ferroviere sbottò in una gran risata che lasciò di stucco l’uomo.

“Questo fannullone perdigiorno non sa nemmeno dove vuole andare e quando gli dico che di qui non passano treni si permette, pensa un po’, di discutere anche il perché e il percome siamo qua”. Il gendarme fissò con disprezzo l’uomo; i suoi occhi scuri si fecero due sottili fessure.

“vattene via balordo…ringrazia il cielo se non ti metto in galera che gli estremi ci sarebbero.”

“E già…” aggiunse il capostazione, mentre il gendarme incalzava “ Proprio così, che camminare lungo i binari è assolutamente vietato. Quindi vattene prima che si cambi idea e ti si porti dove dovresti essere già da un bel pezzo.”

L’uomo era rimasto senza parole, allibito. Nella sua testa ronzavano mille pensieri e una specie di vibrazione insistente, come il rumore che fanno le cicale.

Le braccia gli si fecero più pesanti mentre il sudore scendeva ancora più copioso di prima. Il brigadiere, brusco, ripeté “Forza, vattene e non te lo ripeto più che se ti vedo ancora in giro per te son guai!”.

Il capostazione lo fissava con un’espressione ironica e soddisfatta; il brigadiere gli fece cenno con la mano di allontanarsi. Così l’uomo riprese a camminare lungo i binari con passi trascinati, sorvegliato dagli sguardi del gendarme e del ferroviere, con il sole che lo colpiva implacabile e quella città sconosciuta, lontana, là a l’orizzonte.

Non mi piace questa storia. Non l’ho capita e mi ha messo a disagio.

Hai ragione, è vero…anche a me ha fatto lo stesso effetto quando me l’hanno raccontata.

Il Viaggiatore

 

E’ una liturgia, un rito; possono cambiare gli officianti e cambiare l’omelia, come è giusto che accada, ma le chiacchiere da sala d’attesa sono sempre quelle, addirittura collocabili su un asse diacronico immutabile, accompagnato da un crescendo sull’asse delle ascisse destinato ad un climax che coincide col momento del massimo affollamento.

La sala d’attesa di un medico non è posto per tutti: non è posto per giovani, a meno che non siano scortati-accompagnati da una madre preoccupata per “qualcosa di serio che non è il caso di trascurare”, misura tangibile che quello/a che le sta accanto non è più il suo bambino/a, ma un essere in trasformazione, uno di quei mutanti che siamo soliti chiamare adolescenti.

 Non è posto per i maschi adulti che da queste parti se ne fregano del dottore, fumano sprezzanti e virili anche su bronchiti cavernose e mangiano come se avessero ancora dodici anni e carne addosso da far crescere, ma che finiscono per sedersi su queste panche, pallidi e fragili, lo sguardo attonito e perso, affiancati da mogli sollecite che “cara mia dopo ‘sta toccatina, non se po’ più fa’ li spiritosi e ringraziamo il Signore che stiamo ancora qui a raccontarlo…” e non si comprende perché parlino al plurale, se l’accidente ha colpito il fumatore impenitente, il maschio masticatore di carni e paste sugose e grasse.

Io dovrei rientrare nella categoria, quella dei maschi adulti e non dovrei, quindi star qui nella sala d’attesa; ma ci sto, con la mia stupida influenza, con lo stupore delle anziane signore che deborda dai loro sguardi fissi su di me.

Di solito vesto in giacca, qualche volta mi capita di indossare anche la cravatta, ma quando so di dover frequentare l’anticamera del dottore, allora lascio a casa la cravatta e dismetto perfino la giacca, perché qui il maschio adulto la giacca e la cravatta se le mette solo per le occasioni come i battesimi, le nozze e i funerali.

Quelli che indossano giacca e cravatta, sono una specie di alieni che piovono da chissà dove; i medici, gli specialisti che vengono da Roma, oppure il notaio o l’avvocato, gente che parla difficile, che non abita qui, ma in città, oppure gente che non appartiene a queste tre categorie e di cui bisogna diffidare, perché in qualche modo vogliono prendersi gioco di chi vive qui.

Le sale d’aspetto dei medici, pare che attirino una categoria in particolare di questi infidi vestiti da signori, quella degli informatori scientifici del farmaco o come vengono chiamati qui abitualmente, “i viaggiatori”.

Il viaggiatore, secondo l’opinione diffusa tra le anziane signore, i pensionati con le radiografie da far controllare e le madri, chiocce mature con accanto i loro mutanti influenzati, è una specie di pericoloso sfaccendato. S’insinua nello studio del medico, per fargli perdere tempo in chiacchiere, in ciarle inutili, perché il medico già le conosce le medicine, mentre il viaggiatore è pagato, profumatamente da industrie misteriose, per andarsene a zonzo tutti i giorni tra gli studi medici della provincia a raccontare barzellette grasse ai dottori e rifilare loro regali costosi, così che poi riempiano i blocchi di ricette con i nomi dei loro prodotti.

Uno di loro entra ogni tre pazienti, così stabilisce la comunicazione affissa sulla bacheca in sala d’aspetto, ma loro hanno il privilegio d’inserirsi nel turno, quando vogliono, in qualunque momento arrivino.

Lo fanno col sorriso sulle labbra, con i loro modi affabili, ma chi si vede sopravanzare, quando magari è a un passo dall’essere visitato, sente crescere dentro di sé una rabbia sorda, un livore bruciante. Io credo che lo sappiano, “i viaggiatori” di essere così odiati e che lo mettano pure in conto di dover assorbire tutti quegli accidenti che la gente mastica tra i denti, mentre li fissa con lo sguardo che trabocca rabbia. Io però, il rischio di prendermi maledizioni al loro posto, non lo voglio correre, così giacca e cravatta le lascio a casa e in sala d’aspetto mi presento in maglione.

Il tipo vicino a me, seduto sulla mia stessa panca, sembra uscito da uno di quei vecchi fumetti del signor Bonaventura; ha due strani cespugli di capelli crespi e bianchi a contornargli la testa ormai quasi nuda. Fissa con insistenza quei tre che chiacchierano in piedi al centro della sala d’aspetto: sono due giovani uomini in completo grigio, curati e dall’aria sana e rampante da manager in millesimo e una giovane donna in tailleur e foulard di Hermes, anche lei perfetta fin nei particolari.

Che siano “viaggiatori” non c’è dubbio. Si sono già informati della sequenza dei pazienti, si sono già distribuiti i posti, in base alla loro comparsa nello studio. Il tipo accanto a me freme, ha il bisogno impellente di parlare, ma io cerco di fare il vago, perché imbastire chiacchiere da sala d’aspetto non è il mio forte, perché essendo uno che non è nato qui, che non ha parentele e solo poche conoscenze, non avrei nonni, zie o padrini da spendere nella conversazione.

“Ci sono un sacco di persone oggi…”

Esordisce il tipo; ignorarlo sarebbe troppo scortese, così mi limito ad un

“Eh già…”

E’ poco, ma tanto basta; il tipo s’incoraggia e m’incalza

“E poi…siete in molti oggi eh?!”

Lo guardo stupito, ma di chi sta parlando?

“Molti chi?”

“Ma voi…no?!”

“Noi chi, scusi?”

“Voi viaggiatori…”

Il mio sguardo è il massimo dello sconcerto.

“Ma guardi che io sono un paziente come lei…”

“Ma io non la conosco!”

Mi intima perentorio

“E che significa!” Sbotto seccato “Nemmeno io la conosco!”

Il tipo si chiude sulla difensiva, non è convinto che io sia veramente un paziente; sono sicuro che sta pensando a come i “viaggiatori” siano diventati astuti, così astuti da infilarsi perfino un maglione pur di passargli avanti nella fila.