NIGHT TRAIN”

 

 

 

 

I lampioni, tondi e concavi, versano sul piazzale una luce giallastra e uniforme.

Se ne stanno lì, arrampicati in cima a grigi pali che partono robusti da terra, per poi assottigliarsi man mano che salgono verso la sommità. Sembra quasi che quelle lampade siano sospese nel nulla, che quei piatti se ne stiano lassù da soli, con le loro forze, una specie di dischi volanti che incombono sulla stazione, pronti a fulminare con i loro raggi mortali i viaggiatori ignari che escano allo scoperto, fuori dagli edifici squadrati di marmo.

Troppo stretto quel piazzale, costruito anni fa quando le macchine erano poche, quando erano piccole e strette, macchine che accompagnavano qui, al treno, quelli che tentavano l’avventura in città, che lasciavano il campo per un impiego al ministero. Adesso le macchine sono grandi, larghe, occupano troppo posto e il piazzale è diventato piccolo, sembra un cortiletto sempre ingombro.

Ci sarebbe un altro piazzale, nuovo, oltre i binari, legato alla stazione da un budello che corre appena sottoterra, muri di marmo e scritte di writers fuori zona a lordarli, linoleum a terra e lampade bianche a disegnare coni di luce, ma non è lì che passerà Hanja per raggiungere il treno, non da lì.

 Elio rimane nascosto nella pozza di buio disegnata dalla chioma del platano che scherma la luce del lampione; la sua mano destra ha un movimento continuo all’interno della tasca del giaccone, le sue dita scorrono sulla superficie d’acciaio, seguono il profilo del ponticello del grilletto, i suoi polpastrelli sentono i minuscoli rilievi, le microscopiche valli della zigrinatura che disegna l’impugnatura della pistola. E’ una 92 Brigadier, sta lì nella sua tasca a lasciarsi accarezzare, sta lì nella sua tasca, in attesa di Hanja.

“Il legno non dovrebbe essere freddo. Il legno lo sente il calore, lo conserva. Non è mica come il metallo, che basta lasciarlo un attimo perché ritorni gelato, perché si dimentichi del tuo calore.”

 Vincenzo si sistema sul sedile della sala d’aspetto; se ne sta compatto, stretto in se stesso, a trattenere qualcosa che sembra voler scappare via in quella stanza fredda, foderata di pannelli di marmo di un colore desolante.

“E’ la febbre. Si deve essere alzata se sento perfino i brividi, e non c’ho neanche un’aspirina…”

 I suoi occhi si alzano fino al grosso orologio circolare, essenziale, dal quadrante bianco su cui spiccano le cifre nere.

“Ancora un’oretta, tanto per gradire, proprio per andarsene nel cuore della notte, col silenzio, senza nessuno che ti veda. Night train…se fosse un blues sarebbe un titolo perfetto, ma uno di quei blues trascinati, strappati, da chitarra dobro.

 Ma in un blues così non c’è posto per uno che si chiama Vincenzo e neanche per una stazione come questa, per un posto come Orte.”

“Puttana, puttana…troia maledetta che m’hai strappato l’anima, che m’hai preso in giro, da coglione m’hai trattato…che coglione!”

Brutti pensieri confusi girano nella testa di Elio, che gli fanno stringere i denti fino a fargli male, che gli incordano i muscoli dietro il collo facendogli bruciare la nuca, la testa, il cervello.

“Puttana no…che non s’è portata via un soldo…”

E gli sale su per la gola un fiotto di tenerezza, perché se la rivede davanti quando era arrivata, quando era entrata per la prima volta a casa di sua madre persa di testa e bisognosa di badante; se la ricorda ancora con la sua valigetta, quella giacchetta stinfia annodata in vita e il suo sorriso timido, tanto simile all’espressione di una bestiola diffidente, che a Elio s’era sciolto qualcosa dentro,

a lui, maresciallo scaltrito da anni di lavoro di tenenza e frequenza con balordi di tutti i tipi, di tutte le razze.

Pure le chiacchiere si ricorda Elio, tutte le chiacchiere, tutti i consigli che gli avevano dato gli amici, i parenti, i colleghi, quando aveva detto che si sarebbe sposato la badante di sua madre, tutti quei

“Sta attento che quelle mirano ai soldi, alla cittadinanza…che te sembra che so’ più brave delle nostre, ma invece so’ più sveglie, che qua c’arrivano con la fame che se portano appresso dal paese loro e de torna’ a pati’ la fame proprio non c’hanno voglia.”

Tutta quella roba gli ritorna in mente, insieme alle facce, alle ghignatine sornione, agli sguardi severi, che la gente aveva indossato fuori dal Comune il giorno del matrimonio. Pure il tenente l’aveva fissato con l’aria preoccupata, mentre gli stringeva la mano in mezzo al riso che pioveva beffardo.

“Tanti auguri maresciallo, di cuore. Ma se permette una riflessione da amico…forse è stato precipitoso con questo matrimonio…e con la pensione.”

Elio aveva fissato l’ufficiale con lo sguardo sereno; anzi, gli era passato per la mente che ci fosse un po’ d’invidia nelle parole del tenente: invidia per aver lasciato il servizio, invidia per Hanja, giovane e bella.

“Meglio tornare a Milano…che qui ce moro…”

Lo sguardo di Vincenzo si perde tra i segni infinitesimali che segnano il pavimento della sala.

“Ma farò bene a tornare? Bruno m’ha detto che è tutto sistemato, tutto tranquillo. E poi i soldi a Liborio glieli ho restituiti tutti. Me dispiace che s’è l’è presa con quel disgraziato de Mircea, che  ce l’aveva in consegna lui.

 Mannaggia a me  e a quando m’è venuto in mente de portarglieli via,

che io ‘ste cose non le so fa’…io solo a suona’ so’ bono e quello dovevo continua’.”

Lo sguardo gli si alza ancora verso l’impassibile orologio, con quelle lancette lunghe e sottili che gli indicano lo scorrere dei minuti con una lentezza esasperante. Le strade di Milano gli scorrono davanti agli occhi, quelle strade strane e concentriche, che sembra non ti vogliano far andare dove vuoi, ma che invece ti riportino sempre al punto di partenza, al centro, per inghiottirti e non farti uscire più, come un topo in un budello scuro e senza scampo.

Anche la stazione ricorda, enorme e alta, che per andarsene, per scappare via, per prendere il treno che lo avrebbe portato via con i soldi presi a Mircea, povero cristo di galoppino macedone che si era fidato a lasciargli i quattrini di Liborio, per prendere quel accidente di intercity, aveva dovuto salire quelle scale infinite e fitte di gradini, quasi che i treni camminassero in cielo, invece che avanzare sulla terra lungo le loro strade di ferro. L’occhio gli corre fuori, a quel pezzetto di stazione che s’inquadra nella porta che dà sui binari; qui i treni stanno per terra, qui i treni passano, si fermano qualche minuto, poi  se ne ripartono su quelle strisce di ferro, e poi se ne vanno chissà dove.

“Forse avrei dovuto capirlo che le ronzava intorno qualcuno, avrei dovuto capirlo subito…subito! E’ che quando glielo chiedevo, lei me guardava con l’aria dispiaciuta, l’aria delusa. Pure i pianti s’è fatta qualche volta e io ce so’ cascato, e poi lì a consolarla a chiederle scusa se avevo pensato male. Ma il giorno dopo eravamo daccapo…che lo vedevo come la guardavano per strada, delle smorfie che se facevano l’uno con l’altro e dei sorrisi…dei sorrisi che faceva lei a quelli dei negozi. Perché con quei sorrisi c’ero cascato anche io, anch’io a pensa’ che fosse diversa dalle altre donne che ho incontrato, che forse alla fine…prima della fine, me fosse toccata finalmente quella giusta.”

Un brivido corre lungo la schiena di Elio che è ancora lì, in quella macchia di buio, in quella pozza di oscurità, tra le macchine parcheggiate. A un certo punto gli sembra addirittura di cadere dentro quel buio, ha la tentazione anzi, di lasciarsi andare all’indietro, chiudendo gli occhi, abbandonandosi ad un tuffo che lo porti lontano da tutto, da quel piazzale, dalla pistola nella sua tasca, dalla gelosia,

dall’ amore, da Hanja.

Ma c’è qualcosa che lo ritira su dal buio, un gancio doloroso che gli tormenta il petto e un suono gorgogliante e maligno, una risata grassa che raggiunge le sue orecchie. Apre gli occhi Elio, e il piazzale gli appare velato e distorto, mentre quella risata continua a risuonare. Le mani, le dita, vanno a cacciare le lacrime dagli occhi, asciugando il piazzale da quella pioggia irreale ed ecco apparire nell’angolo più lontano quattro tizi che parlano a voce alta, anche se non si capisce di cosa, ma che ridono, ridono di gusto, piegandosi in due, vomitando le loro risate sull’asfalto spandendole tutto intorno in quello spazio vuoto quasi volessero riempirlo.

“Ridono di te…”

C’è quella voce, quella voce sicura e perentoria che risuona nella testa di Elio;

la stessa che gli si era presentata un giorno facendogli notare un sorriso di Hanja e il suo vestire colorato, troppo colorato. A quella voce non ci aveva fatto caso lì per lì, poi l’aveva sentita sempre più spesso e sempre così sicura, così certa di cosa stesse dicendo.

“Non mi hanno visto. Io sto qui al buio. Non mi hanno visto…”

Disse tra sé Elio, fissando quei tizi appoggiati alle macchine dall’altro lato del piazzale.

“Forse proprio perché non ti hanno visto ridono di te, del maresciallo che s’è rincoglionito appresso alla moldava, del vecchietto che ha visto la carne fresca e c’è cascato. Lui potrebbe essere uno di quelli…” Replicò maligna la voce nella sua testa.

“Lui”, quello con cui Hanja parlava al cellulare, la comunicazione interrotta ogni volta che Elio entrava nella stanza; lui sicuramente giovane, più giovane e  senza un soldo magari, anzi, sicuramente un balordo capace di convincerla persino a fregare i soldi al maresciallo, tanto per riderci su due volte, per avergli portato via la donna e i quattrini. Uno di quelli laggiù, oppure no, oppure è già in stazione ad aspettarla per partire insieme, perché prima che Hanja se ne andasse, prima che gli dicesse con quella sua aria dispiaciuta che non ce la faceva più, con le borse nelle mani sulla porta di casa, prima di quel momento, Elio aveva visto quel biglietto di treno spuntare dalla sua borsetta, affacciarsi appena e poi scomparire, insieme a lei.

“Forse la sta già aspettando dentro, forse sono già tutti e due dentro…”

Bisbigliò fragorosamente la voce nella testa di Elio, e gli si spezzò il respiro, mentre qualcosa lo stringeva al petto; e le gambe, molli e incerte, si muovevano a fatica, articolando incerti passi che lo facevano sbattere da una fiancata all’altra delle auto parcheggiate. I grandi rettangoli illuminati delle finestrature della stazione gli apparvero lontani, più lontani, come luci beffarde che volessero partire anche loro lasciandolo lì, smarrito in quel parcheggio.

“Glielo dovevo dire subito a Liborio che i soldi me servivano per un’operazione. Me li avrebbe dati lui i soldi, sicuro che me li avrebbe dati. M’ha sempre detto che gli piace come suono e che gli sto simpatico e il posto al locale non me lo toglie nessuno…che coglione! Subito glielo dovevo di’ a Liborio, invece de portarglieli via, che anche che se sta a ripuli’, pure che va sempre in giro in giacca e cravatta, che se dà un tono, quando serve è cattivo, lo sa quel poraccio de Mircea…”

Vincenzo si stringe su quel sedile di legno caldo, ma sente il gelo circondarlo, avvolgerlo e lo sente anche dentro di sé, salire verso la testa che gli si è fatta pesante, che meriterebbe solo un cuscino fresco e accogliente e non il poggiatesta di un sedile di treno per le prossime sette ore. Un pensiero improvviso attraversa la mente di Vincenzo e la sua mano corre al cellulare e rapide le dita, cercano un numero.

“Bruno…so’ Vincenzo. Te sento poco Bruno…ma dove sei? Al locale eh? Senti…io sono alla stazione, io tra poco parto, torno su…posso torna’ vero?

Siamo sicuri che Liborio ha detto che posso torna’? Non te sento Bruno…ah, va beh…ma i soldi so’ arrivati vero? E’ vero che so’ arrivati? Certo, certo…che Liborio altrimenti…me dispiace Bruno…devi dirgli che mi dispiace a Liborio, per tutto, pure per Mircea che non c’entrava niente… e dai che pure se era straniero… dove sono? Alla stazione, qui a Orte, tra poco passa il treno.

Eh si che so’ tornato a casa, pensa quanto sono semplice, che un altro coi soldi se ne sarebbe andato chissà dove, io invece…ma pure Liborio lo sa che non volevo fregarlo…è che devo fa’ un’operazione Bruno, un’operazione che non lo so…forse è una cosa brutta, ma brutta sai?

 Come dici? Si, si che lo so che Liborio è bravo, che glielo dovevo di’…ce stavo a pensa’ proprio adesso…si tra poco il treno, venti minuti e…come?

Si certo, appena arrivo a Milano…va beh Bruno, tanto ci vediamo domani e…grazie Bruno, grazie.”

Il cellulare si chiude con uno scatto morbido. Vincenzo appoggia la testa all’indietro; la parete ghiaccia gli dona un po’ di sollievo, fino a quando un pensiero gli attraversa la mente come una punta maligna.

“Perché ha voluto sape’ Dov’ero? E l’orario del treno?”

Comincia a correre il sangue, come impazzito, mentre il cuore picchia a mille dentro il petto. Vincenzo si vede davanti la faccia quadrata e mal rasata di Bruno, se la vede con quel sorriso che manco il ringhio di un cane fa così paura.

 Allora il suo sguardo corre verso la vetrata, quella che dà sul piazzale, mentre si alza in piedi, ma la luce dei lampioni non riesce ad illuminare quel buio, ad aprirlo.

Un istante dopo i suoi occhi vanno alla porta sui binari, ma s’è fatta piccola quella porta, mostra solo una immagine stretta: un pezzo di marciapiede grigio e sporco, il brulichio della massicciata da cui emerge il riflesso metallico di un binario, un pezzo di colonna squadrata che sorregge una pensilina invisibile; oltre la colonna di nuovo il buio che circonda la stazione, il buio della notte che è là, ad assediare la sala d’aspetto.

La donna compare improvvisamente nel rettangolo della porta. Infagottata di vestiti, due grosse borse sportive ad ingombrale le mani, i capelli biondi raccolti e quel viso a cui il freddo della notte regala dei colori infantili.

Si guardano la donna e Vincenzo: lei piantata sulla porta con uno sguardo smarrito, lui con l’espressione strabuzzata che gli ha dato il cuore, tanto fuori giri da  strozzare il fiato in gola. La donna fissa quel uomo in piedi, che sembra agitato, che ha gli occhi spalancati, quasi avesse visto apparire un fantasma.

“Scusi. Sa orario di treno pe’ Milano?”

Fa fatica a risponderle Vincenzo; nella sua testa c’è altro, ci sono un sacco di altre cose, tutte brutte, eppure sente la propria voce rispondere, come fosse quella di un altro, come fosse una voce da un altro pianeta.

“Tra dieci minuti, passa tra dieci minuti…”

La donna lo fissa ancora, poi guarda l’orologio, quindi il display del cellulare e una smorfia tesa le attraversa il volto. Torna a guardare quel tizio fermo immobile nella sala; gli occhi di Hanja scendono fino a incontrare la sua valigia.

 “Viaggia anche lui…ladro co’ valigia?” Pensa, poi il trillo del cellulare la distrae e sul volto si affaccia un sorriso, quando guarda il display.

“ Sono riuscita a arrivare adesso. Dieci minuti…meno. Si, ti aspetto.”

Hanja spegne il telefono e torna a guardare quel uomo. Ha dovuto fare un giro largo la donna per arrivare in stazione; non voleva incontrare Elio, che la sta sicuramente cercando, e quella corsa per le strade vicine allo scalo, con quelle due borse tra le mani, quelle borse in cui ha cercato di mettere tutto, tutto quello che potrebbe servire, quello che servirà nella prossima vita, l’ha stremata e la sete sembra quasi un dolore.

“Posso chiedere favore, si? Devo comprare acqua…posso lasciare qui valige?

Lei mi guarda valige pe’ favore?”

Vincenzo fa appena un cenno con la testa e rimane piantato lì, incapace di fare un passo, un gesto. Hanja lo guarda diffidente, ma la sete è troppo forte, le sue borse troppo misere per attirare il desiderio di chiunque, anche di quel tipo strano.

“Le parlerò. Le parlerò e la farò tornare. Glielo prometto, glielo giuro che non le chiederò più niente non la controllerò più. Ma non se ne deve andare, non se ne deve andare…”

E’ riuscito a traversare il piazzale Elio, quel microscopico oceano di macchine e asfalto, è riuscito a traversarlo fino alla spiaggia dell’ingresso alla stazione e in quella traversata s’è aggrappato all’immagine di Hanja, s’è lasciato sommergere dalla disperazione e così ha dimenticato la sua rabbia, ha dimenticato l’acciaio che gli sforma la tasca, fino a quando il suo sguardo non entra nella luce bianca e fredda che riempie la sala d’aspetto. Si blocca Elio, a pochi passi dal vetro dell’ingresso, mentre nella testa gli risuona trionfante quella voce

“Eccolo! Eccolo, è lui…e lì c’è lei. Hai bisogno di altro?”

Li vede, uno fermo in mezzo alla sala, l’altra sulla porta, distanti e divisi, ma solo dalla forza del desiderio, pensa, da quella febbre che s’insinua nella carne, che la blocca, mentre se solo riuscissero a vincerla quella forza, sarebbero avvinghiati e fusi in un abbraccio sfrontato e incurante di tutto, del mondo, di lui che li sta guardando dietro a un paravento di cristallo. Dice qualcosa lei, gli dice qualcosa e lui fa solo un cenno con la testa, senza muoversi di un passo, perché sicuramente ha il fiato mozzo, dal desiderio, dall’emozione, dalla consapevolezza che tra poco se la porterà via e l’avrà solo per sé, che tra poco la porterà lontano da quel posto, lontano da quel povero, ridicolo, pensionato. La sente quella mano Elio, quella mano impietosa che gli ha afferrato il centro del petto e glielo torce, implacabile, quasi volesse accartocciarlo come un vecchio foglio usato e buttarlo là in mezzo ai binari a farsi portare via dal vento.

Lei è uscita, va di corsa verso il bar; lui è ancora lì, fermo nella sala. L’ha seguita con quegli occhi ansiosi. Elio s’è mosso piano, un passo dopo l’altro a traversare quel universo che lo separa dalla sala d’aspetto; ma i passi diventano veloci, mentre l’acciaio nella tasca gli batte sul fianco, lo chiama e gli sembra perfino di sentirlo bisbigliare “Sono qui, sono qui…”, fino a che le sue dita non abbracciano disperate l’impugnatura e quella voce sussurra “Eccomi…sono qui…”

 

L’uomo si staglia improvvisamente nel vano della porta: ha l’aria affannata, tanto che s’è appoggiato al battente accostato al muro. Vincenzo lo guarda, guarda quei capelli quasi bianchi, quel volto stanco e non rasato e quella figura tozza sembra scossa da una fretta, da un’ansia innaturale.

Fa un passo indietro Vincenzo “Non può esse’…non può esse’.” 

Si ripete, ma l’ha imparato su a Milano che chiunque può essere il cattivo, anche uno così, con i capelli bianchi e un cappotto da supermercato.

“Non ce li ho più i soldi…glieli ho ridati i soldi…glieli ho ridati…”

Dice Vincenzo con la voce che sale di tono, come in una spirale di fiato strozzato.

“Per uno così…per uno così se n’è andata…” Pensa Elio, mentre lacrime di rabbia e di dolore gli ingolfano gli occhi e gli distorcono l’immagine di quel pagliaccio che adesso cerca di scamparla, cerca di chiamarsi fuori, ma ormai è tardi, troppo tardi.

“I soldi…” Fa in tempo a dire Vincenzo prima che lo schiocco sordo degli spari gli copra la voce.

E’ un dolore bruciante e immediato quello che Vincenzo sente allo zigomo; quasi contemporaneamente, una macchia densa e rossa si disegna sul muro alle sue spalle, mentre il secondo colpo attraversa con un rumore secco uno dei vetri che dà sul piazzale, prima d’infilarsi nel parabrezza di una macchina parcheggiata, facendo scattare l’allarme che comincia un suono stridulo, che percorre la piazza e zittisce, nell’angolo più lontano, le risate di quel gruppo di amici.

Lo sguardo di Vincenzo si è fissato in uno stupore attonito. Lentamente, scende in un movimento verticale, le braccia abbandonate lungo i fianchi, fino a cadere sulle ginocchia; un rivolo sottile di sangue gli scivola sulla guancia, fino al mento, da dove comincia a gocciare a terra. La macchia densa non riesce ad aggrapparsi al marmo della parete: si muove scomposta verso il basso, lasciando dietro di sé un’ombra rossastra.

Elio è rimasto col braccio teso, avvolto nel fumo leggero e pungente degli spari; poi inizia a sentir nascere una sfinitezza che gli svuota il corpo e il cervello, e intanto lo fissa, inginocchiato sul pavimento, con quella macchia che s’allarga davanti a lui, goccia dopo goccia. Incontra ancora i suoi occhi Elio, ma quelli sono vuoti ormai e un attimo dopo Elio vede “lui” afflosciarsi in avanti, cadere a terra mostrandogli senza ritegno quello che resta della sua nuca.

L’urlo della donna attraversa la stazione prima che si porti le mani alla bocca, al volto a nascondere quella vista. Elio s’è girato verso l’ingresso e fissa la donna senza un’espressione precisa.

La sente biascicare i suoi “Madonnabenedettadiosignoremio…”

 soffocati dalle mani che le coprono la bocca e gli viene in mente di dirle.

 “Zitta…per cortesia stia zitta…non riesco…non riesco a sentire…”

Mentre cerca dentro la testa la voce, quella voce sicura, quella che gli aveva detto cosa fare, per bene, così per bene.

S’è fermata sulla porta del bar Hanja, schiacciata e premuta dai baristi, dai curiosi che s’affacciano, s’accalcano, ma che non osano un passo oltre la soglia.

E’ rimasta lì con la bottiglia in mano, che le gela la pelle, la carne; vede la donna ferma sulla porta e poi riconosce Elio, vede i poliziotti puntare le pistole su di lui, intuisce il corpo di quel uomo sul pavimento della sala e una figura maschile, una figura familiare, ferma sul marciapiede che guarda in direzione del bar, nella sua direzione.  Sale il gelo lungo il suo braccio, mentre una folata d’aria la investe, spinta dal treno che sta per fermarsi in stazione.

 

 

 

BREVE DIALOGO

 

Immagina una tarda mattinata in piena estate…

Cos’è, una barzelletta ?

Zitto e ascolta. Dicevo, immagina una mattinata di piena estate; il sole è quasi a picco e giù, sotto i suoi raggi, cammina un uomo. Cammina lungo i binari di una ferrovia; i piedi si muovono con fatica sulla massicciata fatta di spigolose pietre scure. I binari sono lucidi e rimandano lampi di luce e calore, tutto il calore di quel sole pieno e potente.

Sul fianco destro della massicciata c’è una specie di argine, un orlo di terra rossastra con in cima un’erba rada e asciutta, punticchiata di giallo per il troppo caldo. A sinistra si apre alla vista dell’uomo una valle enorme, disseminata di campi coltivati, vigne, campi di grano, frutteti e giù, in fondo all’orizzonte si vede una città; si distingue appena la massa scura delle case, su tutto svetta un campanile o forse una torre. L’immagine è velata dal riverbero e ondeggia negli occhi semichiusi dell’uomo.

E’ uno come tanti, né giovane né vecchio; ha la camicia madida di sudore che gli disegna una grossa T sulla schiena. I pantaloni di colore chiaro sono inzaccherati di polvere e sudore e gli eleganti mocassini rendono ogni suo passo una tortura. Passa la giacca stropicciata da una mano all’altra, non sopporta il contatto con il tessuto caldo. Continua a fissare la città in lontananza, mentre il sudore salato gli scende abbondante lungo il viso.

Si ferma un istante; tre salici gli offrono un’ombra risibile ma pur sempre un rifugio a quel sole tremendo. Guarda avanti a sé l’uomo e scorge poco più avanti una costruzione bassa, rettangolare che si affaccia dall’argine arso sopra i binari. Finalmente una stazione, pensa e riprende a camminare di lena, per quanto può. E’ stanco, vorrebbe liberarsi di tutto, dei vestiti perfino della pelle se potesse ma la stazione si avvicina e con essa la possibilità di riposarsi.

Eccola infine; piccola come tutte le stazioni intermedie delle linee secondarie ma pulita e nuova. C’è una pensilina a dare ombra alla banchina, un’ombra ampia che emana frescura, così intensa che l’uomo riesce a percepirla anche a distanza. Sotto la pensilina c’è un uomo, veste la divisa da ferroviere. La giacca si tende su un ventre rotondo e il berretto rosso da capostazione sovrasta una testa ugualmente rotonda e un viso rubizzo, su cui guizzano due occhietti azzurri e ridenti, a stento trattenuti da un paio di occhialetti tondi d’acciaio. L’uomo si guarda attorno, vorrebbe salire ma non c’è accesso, almeno visibile e così s’avvicina al capostazione che lo guarda con espressione benevola.

“Buongiorno” dice l’uomo. “Buongiorno a lei “ risponde l’altro. “Mi scusi, da dove si sale alla stazione?” “Da nessuna parte. Perché dovrebbe salire in stazione?”.

L’uomo fissa stupito il capostazione. Forse il caldo gli ha dato alla testa, ma ha un aspetto fresco e riposato, inappuntabile.

“Vorrei…dovrei salire per prendere il treno”. “Il treno?! Quale treno scusi ?” “Beh, quello che porta a quella città.”.

Il capostazione guarda nella direzione indicata dall’uomo, stringendo gli occhi per focalizzare l’immagine. ”Oh ma lì non ci va nessun treno.” Il tono era seccato, quasi infastidito.

“Allora mi dica a che ora passa un treno che mi porti nella città più vicina…” “Ragazzo mio lei non sa nemmeno dove vuole arrivare. Non voleva andare lì ?” “Ma se non c’è un treno…” “No, non c’è treno.”.

L’uomo cominciò a sentire crescere dentro di sé la rabbia. Il capostazione voleva sicuramente prendersi gioco di lui ma all’uomo non andava per niente di scherzare.

“Senta mi dica a che ora passa il primo treno, prenderò quello, ovunque vada!” “Giovanotto sì calmi…qui non passa nessun treno e c’è poco da urlare. Se vuole divertirsi alle spalle di chi compie il proprio dovere ha sbagliato indirizzo!”

Il volto del capostazione si era aggrumato in una smorfia di sdegno, mentre decine di sottili venuzze e invisibili capillari gli arrossavano le guance.

L’uomo provò una stanchezza infinita, tutta quella che aveva accumulato in ore ed ore di cammino. Pensò di essere stato forse troppo brusco, che l’altro lo avesse frainteso, così ripeté la sua richiesta con umiltà e un filo di disperazione nella voce.

“La prego, mi dica a che ora passa il primo treno. Non m’importa dove sia diretto, basta che mi porti lontano da qui.”

Il capostazione fece dapprima una faccia sbalordita, poi montò su tutte le furie e cominciò ad urlare.

“Cos’è? Vuol farmi diventare pazzo? Qui non passa nessun treno, punto e basta!”

L’uomo, disperato, abbandonò ogni cautela.

“lei è già impazzito! Se qui non passa nessun treno lei, la stazione, questi stramaledetti binari cosa ci state a fare?” “Come? Cosa? Non è a lei che si deve rendere conto del nostro operato signor mio! Non sta a lei discutere sulla opportunità o meno della nostra presenza!”

I due si fissavano come cani rabbiosi, uno sopra e l’altro sotto dalla pensilina, quando comparve a fianco del capostazione un brigadiere dei gendarmi; alto e segaligno, pallido tanto quanto l’altro era piccolo, tondo e rubizzo.

Il brigadiere squadrò ben bene l’uomo che alla sua vista si era zittito, poi chiese al capostazione “Che succede? Cos’è ‘sto baccano?”. L’uomo rispose per primo, sperando di trovare nel gendarme qualcuno che costringesse il capostazione a dargli l’informazione che voleva.

“E’ il capostazione…non vuole darmi gli orari dei treni.”

Il ferroviere sbottò in una gran risata che lasciò di stucco l’uomo.

“Questo fannullone perdigiorno non sa nemmeno dove vuole andare e quando gli dico che di qui non passano treni si permette, pensa un po’, di discutere anche il perché e il percome siamo qua”. Il gendarme fissò con disprezzo l’uomo; i suoi occhi scuri si fecero due sottili fessure.

“vattene via balordo…ringrazia il cielo se non ti metto in galera che gli estremi ci sarebbero.”

“E già…” aggiunse il capostazione, mentre il gendarme incalzava “ Proprio così, che camminare lungo i binari è assolutamente vietato. Quindi vattene prima che si cambi idea e ti si porti dove dovresti essere già da un bel pezzo.”

L’uomo era rimasto senza parole, allibito. Nella sua testa ronzavano mille pensieri e una specie di vibrazione insistente, come il rumore che fanno le cicale.

Le braccia gli si fecero più pesanti mentre il sudore scendeva ancora più copioso di prima. Il brigadiere, brusco, ripeté “Forza, vattene e non te lo ripeto più che se ti vedo ancora in giro per te son guai!”.

Il capostazione lo fissava con un’espressione ironica e soddisfatta; il brigadiere gli fece cenno con la mano di allontanarsi. Così l’uomo riprese a camminare lungo i binari con passi trascinati, sorvegliato dagli sguardi del gendarme e del ferroviere, con il sole che lo colpiva implacabile e quella città sconosciuta, lontana, là all’orizzonte.

Non mi piace questa storia. Non l’ho capita e mi ha messo a disagio.

Hai ragione, è vero…anche a me ha fatto lo stesso effetto quando me l’hanno raccontata.

Il Viaggiatore

 

E’ una liturgia, un rito; possono cambiare gli officianti e cambiare l’omelia, come è giusto che accada, ma le chiacchiere da sala d’attesa sono sempre quelle, addirittura collocabili su un asse diacronico immutabile, accompagnato da un crescendo sull’asse delle ascisse destinato ad un climax che coincide col momento del massimo affollamento.

La sala d’attesa di un medico non è posto per tutti: non è posto per giovani, a meno che non siano scortati-accompagnati da una madre preoccupata per “qualcosa di serio che non è il caso di trascurare”, misura tangibile che quello/a che le sta accanto non è più il suo bambino/a, ma un essere in trasformazione, uno di quei mutanti che siamo soliti chiamare adolescenti.

 Non è posto per i maschi adulti che da queste parti se ne fregano del dottore, fumano sprezzanti e virili anche su bronchiti cavernose e mangiano come se avessero ancora dodici anni e carne addosso da far crescere, ma che finiscono per sedersi su queste panche, pallidi e fragili, lo sguardo attonito e perso, affiancati da mogli sollecite che “cara mia dopo ‘sta toccatina, non se po’ più fa’ li spiritosi e ringraziamo il Signore che stiamo ancora qui a raccontarlo…” e non si comprende perché parlino al plurale, se l’accidente ha colpito il fumatore impenitente, il maschio masticatore di carni e paste sugose e grasse.

Io dovrei rientrare nella categoria, quella dei maschi adulti e non dovrei, quindi star qui nella sala d’attesa; ma ci sto, con la mia stupida influenza, con lo stupore delle anziane signore che deborda dai loro sguardi fissi su di me.

Di solito vesto in giacca, qualche volta mi capita di indossare anche la cravatta, ma quando so di dover frequentare l’anticamera del dottore, allora lascio a casa la cravatta e dismetto perfino la giacca, perché qui il maschio adulto la giacca e la cravatta se le mette solo per le occasioni come i battesimi, le nozze e i funerali.

Quelli che indossano giacca e cravatta, sono una specie di alieni che piovono da chissà dove; i medici, gli specialisti che vengono da Roma, oppure il notaio o l’avvocato, gente che parla difficile, che non abita qui, ma in città, oppure gente che non appartiene a queste tre categorie e di cui bisogna diffidare, perché in qualche modo vogliono prendersi gioco di chi vive qui.

Le sale d’aspetto dei medici, pare che attirino una categoria in particolare di questi infidi vestiti da signori, quella degli informatori scientifici del farmaco o come vengono chiamati qui abitualmente, “i viaggiatori”.

Il viaggiatore, secondo l’opinione diffusa tra le anziane signore, i pensionati con le radiografie da far controllare e le madri, chiocce mature con accanto i loro mutanti influenzati, è una specie di pericoloso sfaccendato. S’insinua nello studio del medico, per fargli perdere tempo in chiacchiere, in ciarle inutili, perché il medico già le conosce le medicine, mentre il viaggiatore è pagato, profumatamente da industrie misteriose, per andarsene a zonzo tutti i giorni tra gli studi medici della provincia a raccontare barzellette grasse ai dottori e rifilare loro regali costosi, così che poi riempiano i blocchi di ricette con i nomi dei loro prodotti.

Uno di loro entra ogni tre pazienti, così stabilisce la comunicazione affissa sulla bacheca in sala d’aspetto, ma loro hanno il privilegio d’inserirsi nel turno, quando vogliono, in qualunque momento arrivino.

Lo fanno col sorriso sulle labbra, con i loro modi affabili, ma chi si vede sopravanzare, quando magari è a un passo dall’essere visitato, sente crescere dentro di sé una rabbia sorda, un livore bruciante. Io credo che lo sappiano, “i viaggiatori” di essere così odiati e che lo mettano pure in conto di dover assorbire tutti quegli accidenti che la gente mastica tra i denti, mentre li fissa con lo sguardo che trabocca rabbia. Io però, il rischio di prendermi maledizioni al loro posto, non lo voglio correre, così giacca e cravatta le lascio a casa e in sala d’aspetto mi presento in maglione.

Il tipo vicino a me, seduto sulla mia stessa panca, sembra uscito da uno di quei vecchi fumetti del signor Bonaventura; ha due strani cespugli di capelli crespi e bianchi a contornargli la testa ormai quasi nuda. Fissa con insistenza quei tre che chiacchierano in piedi al centro della sala d’aspetto: sono due giovani uomini in completo grigio, curati e dall’aria sana e rampante da manager in millesimo e una giovane donna in tailleur e foulard di Hermes, anche lei perfetta fin nei particolari.

Che siano “viaggiatori” non c’è dubbio. Si sono già informati della sequenza dei pazienti, si sono già distribuiti i posti, in base alla loro comparsa nello studio. Il tipo accanto a me freme, ha il bisogno impellente di parlare, ma io cerco di fare il vago, perché imbastire chiacchiere da sala d’aspetto non è il mio forte, perché essendo uno che non è nato qui, che non ha parentele e solo poche conoscenze, non avrei nonni, zie o padrini da spendere nella conversazione.

“Ci sono un sacco di persone oggi…”

Esordisce il tipo; ignorarlo sarebbe troppo scortese, così mi limito ad un

“Eh già…”

E’ poco, ma tanto basta; il tipo s’incoraggia e m’incalza

“E poi…siete in molti oggi eh?!”

Lo guardo stupito, ma di chi sta parlando?

“Molti chi?”

“Ma voi…no?!”

“Noi chi, scusi?”

“Voi viaggiatori…”

Il mio sguardo è il massimo dello sconcerto.

“Ma guardi che io sono un paziente come lei…”

“Ma io non la conosco!”

Mi intima perentorio

“E che significa!” Sbotto seccato “Nemmeno io la conosco!”

Il tipo si chiude sulla difensiva, non è convinto che io sia veramente un paziente; sono sicuro che sta pensando a come i “viaggiatori” siano diventati astuti, così astuti da infilarsi perfino un maglione pur di passargli avanti nella fila.