BREVE DIALOGO

 

Immagina una tarda mattinata in piena estate…

Cos’è, una barzelletta ?

Zitto e ascolta. Dicevo, immagina una mattinata di piena estate; il sole è quasi a picco e giù, sotto i suoi raggi, cammina un uomo. Cammina lungo i binari di una ferrovia; i piedi si muovono con fatica sulla massicciata fatta di spigolose pietre scure. I binari sono lucidi e rimandano lampi di luce e calore, tutto il calore di quel sole pieno e potente.

Sul fianco destro della massicciata c’è una specie di argine, un orlo di terra rossastra con in cima un’erba rada e asciutta, punticchiata di giallo per il troppo caldo. A sinistra si apre alla vista dell’uomo una valle enorme, disseminata di campi coltivati, vigne, campi di grano, frutteti e giù, in fondo all’orizzonte si vede una città; si distingue appena la massa scura delle case, su tutto svetta un campanile o forse una torre. L’immagine è velata dal riverbero e ondeggia negli occhi semichiusi dell’uomo.

E’ uno come tanti, né giovane né vecchio; ha la camicia madida di sudore che gli disegna una grossa T sulla schiena. I pantaloni di colore chiaro sono inzaccherati di polvere e sudore e gli eleganti mocassini rendono ogni suo passo una tortura. Passa la giacca stropicciata da una mano all’altra, non sopporta il contatto con il tessuto caldo. Continua a fissare la città in lontananza, mentre il sudore salato gli scende abbondante lungo il viso.

Si ferma un istante; tre salici gli offrono un’ombra risibile ma pur sempre un rifugio a quel sole tremendo. Guarda avanti a sé l’uomo e scorge poco più avanti una costruzione bassa, rettangolare che si affaccia dall’argine arso sopra i binari. Finalmente una stazione, pensa e riprende a camminare di lena, per quanto può. E’ stanco, vorrebbe liberarsi di tutto, dei vestiti perfino della pelle se potesse ma la stazione si avvicina e con essa la possibilità di riposarsi.

Eccola infine; piccola come tutte le stazioni intermedie delle linee secondarie ma pulita e nuova. C’è una pensilina a dare ombra alla banchina, un’ombra ampia che emana frescura, così intensa che l’uomo riesce a percepirla anche a distanza. Sotto la pensilina c’è un uomo, veste la divisa da ferroviere. La giacca si tende su un ventre rotondo e il berretto rosso da capostazione sovrasta una testa ugualmente rotonda e un viso rubizzo, su cui guizzano due occhietti azzurri e ridenti, a stento trattenuti da un paio di occhialetti tondi d’acciaio. L’uomo si guarda attorno, vorrebbe salire ma non c’è accesso, almeno visibile e così s’avvicina al capostazione che lo guarda con espressione benevola.

“Buongiorno” dice l’uomo. “Buongiorno a lei “ risponde l’altro. “Mi scusi, da dove si sale alla stazione?” “Da nessuna parte. Perché dovrebbe salire in stazione?”.

L’uomo fissa stupito il capostazione. Forse il caldo gli ha dato alla testa, ma ha un aspetto fresco e riposato, inappuntabile.

“Vorrei…dovrei salire per prendere il treno”. “Il treno?! Quale treno scusi ?” “Beh, quello che porta a quella città.”.

Il capostazione guarda nella direzione indicata dall’uomo, stringendo gli occhi per focalizzare l’immagine. ”Oh ma lì non ci va nessun treno.” Il tono era seccato, quasi infastidito.

“Allora mi dica a che ora passa un treno che mi porti nella città più vicina…” “Ragazzo mio lei non sa nemmeno dove vuole arrivare. Non voleva andare lì ?” “Ma se non c’è un treno…” “No, non c’è treno.”.

L’uomo cominciò a sentire crescere dentro di sé la rabbia. Il capostazione voleva sicuramente prendersi gioco di lui ma all’uomo non andava per niente di scherzare.

“Senta mi dica a che ora passa il primo treno, prenderò quello, ovunque vada!” “Giovanotto sì calmi…qui non passa nessun treno e c’è poco da urlare. Se vuole divertirsi alle spalle di chi compie il proprio dovere ha sbagliato indirizzo!”

Il volto del capostazione si era aggrumato in una smorfia di sdegno, mentre decine di sottili venuzze e invisibili capillari gli arrossavano le guance.

L’uomo provò una stanchezza infinita, tutta quella che aveva accumulato in ore ed ore di cammino. Pensò di essere stato forse troppo brusco, che l’altro lo avesse frainteso, così ripeté la sua richiesta con umiltà e un filo di disperazione nella voce.

“La prego, mi dica a che ora passa il primo treno. Non m’importa dove sia diretto, basta che mi porti lontano da qui.”

Il capostazione fece dapprima una faccia sbalordita, poi montò su tutte le furie e cominciò ad urlare.

“Cos’è? Vuol farmi diventare pazzo? Qui non passa nessun treno, punto e basta!”

L’uomo, disperato, abbandonò ogni cautela.

“lei è già impazzito! Se qui non passa nessun treno lei, la stazione, questi stramaledetti binari cosa ci state a fare?” “Come? Cosa? Non è a lei che si deve rendere conto del nostro operato signor mio! Non sta a lei discutere sulla opportunità o meno della nostra presenza!”

I due si fissavano come cani rabbiosi, uno sopra e l’altro sotto dalla pensilina, quando comparve a fianco del capostazione un brigadiere dei gendarmi; alto e segaligno, pallido tanto quanto l’altro era piccolo, tondo e rubizzo.

Il brigadiere squadrò ben bene l’uomo che alla sua vista si era zittito, poi chiese al capostazione “Che succede? Cos’è ‘sto baccano?”. L’uomo rispose per primo, sperando di trovare nel gendarme qualcuno che costringesse il capostazione a dargli l’informazione che voleva.

“E’ il capostazione…non vuole darmi gli orari dei treni.”

Il ferroviere sbottò in una gran risata che lasciò di stucco l’uomo.

“Questo fannullone perdigiorno non sa nemmeno dove vuole andare e quando gli dico che di qui non passano treni si permette, pensa un po’, di discutere anche il perché e il percome siamo qua”. Il gendarme fissò con disprezzo l’uomo; i suoi occhi scuri si fecero due sottili fessure.

“vattene via balordo…ringrazia il cielo se non ti metto in galera che gli estremi ci sarebbero.”

“E già…” aggiunse il capostazione, mentre il gendarme incalzava “ Proprio così, che camminare lungo i binari è assolutamente vietato. Quindi vattene prima che si cambi idea e ti si porti dove dovresti essere già da un bel pezzo.”

L’uomo era rimasto senza parole, allibito. Nella sua testa ronzavano mille pensieri e una specie di vibrazione insistente, come il rumore che fanno le cicale.

Le braccia gli si fecero più pesanti mentre il sudore scendeva ancora più copioso di prima. Il brigadiere, brusco, ripeté “Forza, vattene e non te lo ripeto più che se ti vedo ancora in giro per te son guai!”.

Il capostazione lo fissava con un’espressione ironica e soddisfatta; il brigadiere gli fece cenno con la mano di allontanarsi. Così l’uomo riprese a camminare lungo i binari con passi trascinati, sorvegliato dagli sguardi del gendarme e del ferroviere, con il sole che lo colpiva implacabile e quella città sconosciuta, lontana, là all’orizzonte.

Non mi piace questa storia. Non l’ho capita e mi ha messo a disagio.

Hai ragione, è vero…anche a me ha fatto lo stesso effetto quando me l’hanno raccontata.

Il Viaggiatore

 

E’ una liturgia, un rito; possono cambiare gli officianti e cambiare l’omelia, come è giusto che accada, ma le chiacchiere da sala d’attesa sono sempre quelle, addirittura collocabili su un asse diacronico immutabile, accompagnato da un crescendo sull’asse delle ascisse destinato ad un climax che coincide col momento del massimo affollamento.

La sala d’attesa di un medico non è posto per tutti: non è posto per giovani, a meno che non siano scortati-accompagnati da una madre preoccupata per “qualcosa di serio che non è il caso di trascurare”, misura tangibile che quello/a che le sta accanto non è più il suo bambino/a, ma un essere in trasformazione, uno di quei mutanti che siamo soliti chiamare adolescenti.

 Non è posto per i maschi adulti che da queste parti se ne fregano del dottore, fumano sprezzanti e virili anche su bronchiti cavernose e mangiano come se avessero ancora dodici anni e carne addosso da far crescere, ma che finiscono per sedersi su queste panche, pallidi e fragili, lo sguardo attonito e perso, affiancati da mogli sollecite che “cara mia dopo ‘sta toccatina, non se po’ più fa’ li spiritosi e ringraziamo il Signore che stiamo ancora qui a raccontarlo…” e non si comprende perché parlino al plurale, se l’accidente ha colpito il fumatore impenitente, il maschio masticatore di carni e paste sugose e grasse.

Io dovrei rientrare nella categoria, quella dei maschi adulti e non dovrei, quindi star qui nella sala d’attesa; ma ci sto, con la mia stupida influenza, con lo stupore delle anziane signore che deborda dai loro sguardi fissi su di me.

Di solito vesto in giacca, qualche volta mi capita di indossare anche la cravatta, ma quando so di dover frequentare l’anticamera del dottore, allora lascio a casa la cravatta e dismetto perfino la giacca, perché qui il maschio adulto la giacca e la cravatta se le mette solo per le occasioni come i battesimi, le nozze e i funerali.

Quelli che indossano giacca e cravatta, sono una specie di alieni che piovono da chissà dove; i medici, gli specialisti che vengono da Roma, oppure il notaio o l’avvocato, gente che parla difficile, che non abita qui, ma in città, oppure gente che non appartiene a queste tre categorie e di cui bisogna diffidare, perché in qualche modo vogliono prendersi gioco di chi vive qui.

Le sale d’aspetto dei medici, pare che attirino una categoria in particolare di questi infidi vestiti da signori, quella degli informatori scientifici del farmaco o come vengono chiamati qui abitualmente, “i viaggiatori”.

Il viaggiatore, secondo l’opinione diffusa tra le anziane signore, i pensionati con le radiografie da far controllare e le madri, chiocce mature con accanto i loro mutanti influenzati, è una specie di pericoloso sfaccendato. S’insinua nello studio del medico, per fargli perdere tempo in chiacchiere, in ciarle inutili, perché il medico già le conosce le medicine, mentre il viaggiatore è pagato, profumatamente da industrie misteriose, per andarsene a zonzo tutti i giorni tra gli studi medici della provincia a raccontare barzellette grasse ai dottori e rifilare loro regali costosi, così che poi riempiano i blocchi di ricette con i nomi dei loro prodotti.

Uno di loro entra ogni tre pazienti, così stabilisce la comunicazione affissa sulla bacheca in sala d’aspetto, ma loro hanno il privilegio d’inserirsi nel turno, quando vogliono, in qualunque momento arrivino.

Lo fanno col sorriso sulle labbra, con i loro modi affabili, ma chi si vede sopravanzare, quando magari è a un passo dall’essere visitato, sente crescere dentro di sé una rabbia sorda, un livore bruciante. Io credo che lo sappiano, “i viaggiatori” di essere così odiati e che lo mettano pure in conto di dover assorbire tutti quegli accidenti che la gente mastica tra i denti, mentre li fissa con lo sguardo che trabocca rabbia. Io però, il rischio di prendermi maledizioni al loro posto, non lo voglio correre, così giacca e cravatta le lascio a casa e in sala d’aspetto mi presento in maglione.

Il tipo vicino a me, seduto sulla mia stessa panca, sembra uscito da uno di quei vecchi fumetti del signor Bonaventura; ha due strani cespugli di capelli crespi e bianchi a contornargli la testa ormai quasi nuda. Fissa con insistenza quei tre che chiacchierano in piedi al centro della sala d’aspetto: sono due giovani uomini in completo grigio, curati e dall’aria sana e rampante da manager in millesimo e una giovane donna in tailleur e foulard di Hermes, anche lei perfetta fin nei particolari.

Che siano “viaggiatori” non c’è dubbio. Si sono già informati della sequenza dei pazienti, si sono già distribuiti i posti, in base alla loro comparsa nello studio. Il tipo accanto a me freme, ha il bisogno impellente di parlare, ma io cerco di fare il vago, perché imbastire chiacchiere da sala d’aspetto non è il mio forte, perché essendo uno che non è nato qui, che non ha parentele e solo poche conoscenze, non avrei nonni, zie o padrini da spendere nella conversazione.

“Ci sono un sacco di persone oggi…”

Esordisce il tipo; ignorarlo sarebbe troppo scortese, così mi limito ad un

“Eh già…”

E’ poco, ma tanto basta; il tipo s’incoraggia e m’incalza

“E poi…siete in molti oggi eh?!”

Lo guardo stupito, ma di chi sta parlando?

“Molti chi?”

“Ma voi…no?!”

“Noi chi, scusi?”

“Voi viaggiatori…”

Il mio sguardo è il massimo dello sconcerto.

“Ma guardi che io sono un paziente come lei…”

“Ma io non la conosco!”

Mi intima perentorio

“E che significa!” Sbotto seccato “Nemmeno io la conosco!”

Il tipo si chiude sulla difensiva, non è convinto che io sia veramente un paziente; sono sicuro che sta pensando a come i “viaggiatori” siano diventati astuti, così astuti da infilarsi perfino un maglione pur di passargli avanti nella fila.