Il Viaggiatore

 

E’ una liturgia, un rito; possono cambiare gli officianti e cambiare l’omelia, come è giusto che accada, ma le chiacchiere da sala d’attesa sono sempre quelle, addirittura collocabili su un asse diacronico immutabile, accompagnato da un crescendo sull’asse delle ascisse destinato ad un climax che coincide col momento del massimo affollamento.

La sala d’attesa di un medico non è posto per tutti: non è posto per giovani, a meno che non siano scortati-accompagnati da una madre preoccupata per “qualcosa di serio che non è il caso di trascurare”, misura tangibile che quello/a che le sta accanto non è più il suo bambino/a, ma un essere in trasformazione, uno di quei mutanti che siamo soliti chiamare adolescenti.

 Non è posto per i maschi adulti che da queste parti se ne fregano del dottore, fumano sprezzanti e virili anche su bronchiti cavernose e mangiano come se avessero ancora dodici anni e carne addosso da far crescere, ma che finiscono per sedersi su queste panche, pallidi e fragili, lo sguardo attonito e perso, affiancati da mogli sollecite che “cara mia dopo ‘sta toccatina, non se po’ più fa’ li spiritosi e ringraziamo il Signore che stiamo ancora qui a raccontarlo…” e non si comprende perché parlino al plurale, se l’accidente ha colpito il fumatore impenitente, il maschio masticatore di carni e paste sugose e grasse.

Io dovrei rientrare nella categoria, quella dei maschi adulti e non dovrei, quindi star qui nella sala d’attesa; ma ci sto, con la mia stupida influenza, con lo stupore delle anziane signore che deborda dai loro sguardi fissi su di me.

Di solito vesto in giacca, qualche volta mi capita di indossare anche la cravatta, ma quando so di dover frequentare l’anticamera del dottore, allora lascio a casa la cravatta e dismetto perfino la giacca, perché qui il maschio adulto la giacca e la cravatta se le mette solo per le occasioni come i battesimi, le nozze e i funerali.

Quelli che indossano giacca e cravatta, sono una specie di alieni che piovono da chissà dove; i medici, gli specialisti che vengono da Roma, oppure il notaio o l’avvocato, gente che parla difficile, che non abita qui, ma in città, oppure gente che non appartiene a queste tre categorie e di cui bisogna diffidare, perché in qualche modo vogliono prendersi gioco di chi vive qui.

Le sale d’aspetto dei medici, pare che attirino una categoria in particolare di questi infidi vestiti da signori, quella degli informatori scientifici del farmaco o come vengono chiamati qui abitualmente, “i viaggiatori”.

Il viaggiatore, secondo l’opinione diffusa tra le anziane signore, i pensionati con le radiografie da far controllare e le madri, chiocce mature con accanto i loro mutanti influenzati, è una specie di pericoloso sfaccendato. S’insinua nello studio del medico, per fargli perdere tempo in chiacchiere, in ciarle inutili, perché il medico già le conosce le medicine, mentre il viaggiatore è pagato, profumatamente da industrie misteriose, per andarsene a zonzo tutti i giorni tra gli studi medici della provincia a raccontare barzellette grasse ai dottori e rifilare loro regali costosi, così che poi riempiano i blocchi di ricette con i nomi dei loro prodotti.

Uno di loro entra ogni tre pazienti, così stabilisce la comunicazione affissa sulla bacheca in sala d’aspetto, ma loro hanno il privilegio d’inserirsi nel turno, quando vogliono, in qualunque momento arrivino.

Lo fanno col sorriso sulle labbra, con i loro modi affabili, ma chi si vede sopravanzare, quando magari è a un passo dall’essere visitato, sente crescere dentro di sé una rabbia sorda, un livore bruciante. Io credo che lo sappiano, “i viaggiatori” di essere così odiati e che lo mettano pure in conto di dover assorbire tutti quegli accidenti che la gente mastica tra i denti, mentre li fissa con lo sguardo che trabocca rabbia. Io però, il rischio di prendermi maledizioni al loro posto, non lo voglio correre, così giacca e cravatta le lascio a casa e in sala d’aspetto mi presento in maglione.

Il tipo vicino a me, seduto sulla mia stessa panca, sembra uscito da uno di quei vecchi fumetti del signor Bonaventura; ha due strani cespugli di capelli crespi e bianchi a contornargli la testa ormai quasi nuda. Fissa con insistenza quei tre che chiacchierano in piedi al centro della sala d’aspetto: sono due giovani uomini in completo grigio, curati e dall’aria sana e rampante da manager in millesimo e una giovane donna in tailleur e foulard di Hermes, anche lei perfetta fin nei particolari.

Che siano “viaggiatori” non c’è dubbio. Si sono già informati della sequenza dei pazienti, si sono già distribuiti i posti, in base alla loro comparsa nello studio. Il tipo accanto a me freme, ha il bisogno impellente di parlare, ma io cerco di fare il vago, perché imbastire chiacchiere da sala d’aspetto non è il mio forte, perché essendo uno che non è nato qui, che non ha parentele e solo poche conoscenze, non avrei nonni, zie o padrini da spendere nella conversazione.

“Ci sono un sacco di persone oggi…”

Esordisce il tipo; ignorarlo sarebbe troppo scortese, così mi limito ad un

“Eh già…”

E’ poco, ma tanto basta; il tipo s’incoraggia e m’incalza

“E poi…siete in molti oggi eh?!”

Lo guardo stupito, ma di chi sta parlando?

“Molti chi?”

“Ma voi…no?!”

“Noi chi, scusi?”

“Voi viaggiatori…”

Il mio sguardo è il massimo dello sconcerto.

“Ma guardi che io sono un paziente come lei…”

“Ma io non la conosco!”

Mi intima perentorio

“E che significa!” Sbotto seccato “Nemmeno io la conosco!”

Il tipo si chiude sulla difensiva, non è convinto che io sia veramente un paziente; sono sicuro che sta pensando a come i “viaggiatori” siano diventati astuti, così astuti da infilarsi perfino un maglione pur di passargli avanti nella fila.