Franco Limardi


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RASSEGNA STAMPA

RECENSIONI ED ARTICOLI DA STAMPA E WEB

Recensioni di "I cinquanta nomi del bianco"

Sergio Palumbo da "Cultura e spettacolo" del 31/03/2009



Una figura di donna sfuggente e misteriosa, intorno alla cui scomparsa ruotano loschi interessi e ambigue passioni, è al centro di un "noir" intenso e dal ritmo incalzante, firmato da un collaudato autore del genere quale è Franco Limardi.
La vicenda, ambientata a Roma e nella sua provincia, tocca il mondo delle istituzioni e della politica coi suoi retroscena di corruzione e di degrado morale, in cui la mala pianta della delinquenza mafiosa può liberamente prosperare, distruggendo ogni vincolo affettivo e ogni desiderio di giustizia.
Originale e di grande impatto emotivo risulta il confronto-scontro tra i due protagonisti: il vecchio commissario quasi pensionato che crede ancora nella bontà della sua funzione contro il crimine, tanto da lasciarci la pelle (mentre il giovane collega rampante e colluso con la delinquenza sembra riscuotere ogni plauso) e l'ex-detenuto, che sconta un attimo di follia salvando, anch'egli a costo della sua vita, una giovane donna così simile a quella che aveva tentato di uccidere.
Lo spessore narrativo del romanzo, che nel susseguirsi frenetico dell'azione scandaglia il groviglio delle spinte emozionali che condizionalo l'agire dei personaggi, coinvolge il lettore e non gli dà respiro fino all'ultima pagina.
L'elemento suggestivo, che giustifica il titolo, è la coltre di gelo che incombe sulla città e condiziona in certo modo azioni e pensieri, non solo dato atmosferico ma soprattutto freddo dell'anima, biancore di neve che non è più purezza quando si mischia al fango che sembra infine sopraffare ogni possibilità di riscatto e di speranza.



“I 50 nomi del bianco”, l’hard boiled all’italiana
Massimiliano Di Giorgio 23/03/2009 (Reuters)

In tempi di serial killer all’italiana, di romanzi giudiziari o di noir che esplorano i sentieri meno conosciuti della storia d’Italia,“I cinquanta nomi del bianco” il nuovo libro di Franco Limardi uscito il 4 marzo scorso, sembra invece un classico hard boiled, una storia di violenza, (poco) amore e morte.
Non lasciatevi ingannare dalla presenza nella trama di infiltrazioni della Camorra in una cittadina del centro Italia di cui non si fa il nome, del comportamento criminale di alcuni dirigenti di un partito altrettanto innominato, della corruzione della polizia o dei traffici per realizzare una munifica discarica, della tratta di prostitute dall’Est europeo. Perché l’essenza della vicenda potrebbe svolgersi altrettanto bene nella California degli anni Trenta o nella Parigi del dopoguerra.
Il romanzo si apre con un omicidio commesso d’impulso e l’azione continua in una escalation di sospetti, ricatti, minacce e violenza pura che si consuma nel giro di pochi giorni - ma lungo quasi 400 pagine - in un gelido inverno.
Non c’è da scoprire chi è l’assassino, ma piuttosto chi tra i veri protagonisti - un ex detenuto che si improvvisa detective, un commissario giunto alla fine della carriera, un killer camorrista e un direttore di banca legato a un clan - arriverà vivo alla fine. E che fine farà il diario, pieno di informazioni riservate e pericolose, della giovanissima Grazia, uccisa dal suo potente amante.
Limardi, romano, insegnante di storia e letteratura italiana, riesce perfettamente a costruire l’atmosfera di crescente angoscia con un linguaggio che non è per niente “pulp”, quanto piuttosto poetico, curato con attenzione.
Il titolo del libro, che sembrerebbe oscuro, fa riferimento al fatto che nella lingua degli eschimesi esistono - scrive a un certo punto l’autore facendo parlare Sergio, il protagonista principale - 50 diversi modi per definire le sfumature di colore della neve. E sono appunto le sfumature, quelle di linguaggio nelle descrizioni ma anche tra “buoni” e “cattivi”, che fanno il romanzo.



I CINQUANTA NOMI DEL BIANCO, QUANTI NOMI PER IL NERO?
Marilia Piccone da "Stradanove" del 06/04/2009

Gli inuit hanno cinquanta parole diverse per la neve, dice un personaggio del romanzo di Franco Limardi, “I cinquanta nomi del bianco”. Eppure, molto spesso, non ci sono parole sufficienti per spiegare quello che è stato. In effetti è il silenzio dello stupore attonito, o dell’orrore, che ci sopraffa, quando terminiamo la lettura di questo libro. E sentiamo il bisogno di affrontare un’altra lettura più lieve, per allontanare da noi certe immagini che sono poi quelle della realtà quotidiana, strillata dalle pagine dei giornali. Per rimuovere dalla mente le vicende di cupidigia e di Male che Franco Limardi ha narrato- molto bene, in uno stile brusco, in una maniera che ci colpisce come una delle tante ferite mortali che vengono inflitte nel romanzo.
Ci sono tanti morti, nel libro di Limardi. Perché non c’è alcun rispetto per la vita nella maggior parte dei suoi personaggi che mirano solo al loro tornaconto. E ci sono due eroi che hanno ben poco degli eroi tradizionali, anzi, si discostano parecchio dalla figura dell’eroe tipico. Il commissario Martello e il professor Sergio Asciuti sono due eroi acciaccati, toccati dalla vita e, per piacere, -che il lettore non si affezioni a loro, altrimenti ci resterà male, alla fine. Martello è vicinissimo alla pensione, il suo sostituto è già arrivato, i suoi uomini lavorano già per lui- rimpiangendo Martello. Martello ha avuto una brutta bronchite, non tollera il fumo nelle sue vicinanze.
Martello non ha famiglia; durante l’indagine incontra una donna che risveglia i suoi sentimenti- ne soffrirà. Il professor Asciuti aveva una famiglia, la moglie lo ha lasciato quando lui è stato condannato per aver cercato di uccidere l’alunna con cui aveva una relazione. Asciuti ha scontato la pena, il lettore apprende da significativi flash-back che cosa abbia significato per lui l’esperienza della prigione.
All’inizio del romanzo c’è una scena che vale la pena di rileggere una volta che si è terminato il libro: una ragazza ha un incontro di sesso con un uomo; gli dice che è incinta; accade qualcosa nel freddo e nella neve. Asciuti viene incaricato da un uomo, che poi è quello che gli ha fatto da maestro e da protettore in prigione, di ritrovare la figlia Grazia che è scomparsa: non c’è dubbio che Grazia sia la ragazza delle prime pagine. Incominciano così due ricerche parallele: della polizia, con Martello, che cerca Grazia di cui la madre ha denunciato la scomparsa, e dell’ex professore che la ricerca per conto del padre. Il luogo è da qualche parte nel Sud dell’Italia, non precisato.
E la scena è affollata di personaggi che, quasi tutti, portano una maschera più o meno di rispettabilità. Un direttore di banca (Limardi usa sempre l’espediente del flash-back per dirci del suo passato che lo lega a Don Bilé e alla camorra), un Onorevole, un Senatore, una donna che dirige un’agenzia di modelle, il gestore di un locale a cui si accede ‘per divertirsi’ solo con la tessera, il suo braccio destro, una professoressa che aveva preso Grazia in ‘troppa’ simpatia, una bella ragazza che viene da Praga e che ‘dice’ di fare la modella…Dietro questi personaggi ci sono società fittizie, banche di copertura, appalti truccati, concessioni di discariche (naturalmente altamente nocive), prostituzione e droga.
Il ritmo del romanzo è serrato, si sta veramente con il cuore in gola perché questa gente non ha senso morale e ammazza con la facilità con cui si ucciderebbe una mosca. E ad un certo punto non è più Grazia che si cerca, ma un’agenda scritta da lei che incrimina molte persone. E il padre di Grazia- chi vuole trovare in realtà? La figlia o la sua agenda? Sergio Asciuti, con il ruolo ambiguo che gli è stato conferito, diventa la preda cacciata sia dalla polizia sia dai malavitosi.
Nelle pagine conclusive il lettore comprenderà appieno in che cosa consista il valore di Martello e di Asciuti, dove sia la differenza tra l’uomo che è stato condannato per tentato omicidio e gli assassini ben vestiti che lo inseguono, tra il poliziotto integro e quello che trova facilmente a vendersi. Perché Asciuti non ha mai neppure cercato di discolparsi o cercare delle attenuanti. Perché Martello crede nel suo ruolo sociale. E meno male che ci sono loro in questo nero ‘noir’ che, come i migliori libri del genere, non offre altra compensazione alla disperazione.



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